TRANSFORMERS 4/ Un’abbuffata di effetti speciali e azione che “travolge” gli spettatori

- Emanuele Rauco

Nei cinema è arrivato Transformers 4-Lera dellestinzione, il nuovo capitolo della saga cinematografica sui robot Hasbro di Michael Bay. La recensione di EMANUELE RAUCO

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Transformers

Sono due i brand di cui ci parla quando si tratta di Transfomers. Uno è quello di giocattoli Hasbro diventati serie cinematografica di grande successo, giunta al quarto episodio. Laltro è Michael Bay, il regista della serie divenuto vero e proprio marchio di fabbrica nel mondo dellentertainment cinematografico. Una simbiosi produttivamente e industrialmente perfetta, che nel nuovo film (Lera dellestinzione) cerca di rinnovarsi, ripartendo da un punto, messo con il precedente film, e quindi cambiando il cast e anche le dinamiche, più o meno.

Infatti, si parte qualche anno dopo i fatti di Chicago raccontati in Transformers 3, con i robot visti ormai come nemici a cui dare la caccia: in realtà, si nasconde la volontà di un industriale di clonarne lessenza per creare un esercito di robottoni. Ovviamente lidea gli si ritorcerà contro, meno male che ci sono un meccanico solitario e la figlia a dare un mano agli Autobot.

Scritto da Ehren Kruger, Transformers 4-Lera dellestinzione è evidentemente un enorme giocattolone di fantascienza che sposta la sua attenzione politica dal fascino del militarismo allepica americana vecchio stampo e quella narrativa alla costruzione di una saga, con echi in un passato preistorico fatto di dinobot o robosauri, mitologia mista e prestiti da ogni film popolare degli ultimi 30 anni.

Chiamato Mark Wahlberg al posto di Shia LaBoeuf, Bay gioca a rendere iper-moderno e futurista lo spirito di Sam Peckinpah, con un eroe solitario e volutamente ai margini, anarchico, nemico prima di tutto di uno Stato oppressivo e che limita le libertà personali dellindividuo; a fargli da contraltare Stanley Tucci, avido imprenditore da macchietta che ovviamente poco a poco finisce per capire i suoi errori e quelli del governo. Ovviamente questo sotto-testo è uneco nel baraccone del regista, che paga il prezzo di una certa ironia linguistica, di rivoli comici, di sviolinate familiari e lunghe, esplicative parentesi scientifiche per potersi permettere la devastazione dello spettacolo.

E qui lassuefazione totale alla distruzione, allesplosione, alloccupazione di ogni fotogramma con orde di pixel digitale diventa estrema, radicale e teorica come piace ripetere a certa critica, ma anche completamente devastante per lattenzione dello spettatore, coinvolto in unorgia di visioni per 167 minuti in 3D. Tutto deve essere sovrabbondante e ripetuto allestremo, come se in un ristorante lo chef costringesse il cliente a mangiare di tutto per tre ore: la sensazione è quella di una sazietà prossima al rigetto, ma che non trova nemmeno lalibi dello stupore, del sense of wonder, perché immagini e manipolazioni del genere (a essere pignoli non tutte di alto livello) sono note a chiunque abbia visto un videogioco negli ultimi cinque anni.

E allora viene meno anche tutto il resto che si chiederebbe a un film, anche d’azione, anche senza pretese: una trama avvincente e/o comprensibile, attori che sappiano coinvolgere il pubblico, la suspense per non dire l’emozione. In questo meccanismo industriale complessissimo e d’avanguardia che con il cinema ha poco a che vedere, quello che conta – oltre al marketing e al merchandising, alle moine per il pubblico orientale, a costruire immagini come muri per inserire marchi pubblicitari o per vendere i propri prodotti – è sperimentare tecnologie sulla pelle di uno spettatore via via più inerme, che sopporta più o meno di buon grado che per amore degli effetti speciali gli si faccia bere un riciclo di ogni forma di intrattenimento nota, da 007 a Rambo, dal Signore degli Anelli a Jurassic Park.

Bay è un circense, il gestore di un luna park: forse in questo sta la sua più perversa patente di autore. 

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