PADRI E FIGLIE/ Il film di Muccino a caccia delle “verità nascoste” in ogni cuore

Il nuovo film di Gabriele Muccino, spiega ERICA DAL MAS nella sua recensione, merita di essere visto perché centra le verità nascoste nel cuore dello spettatore

02.10.2015 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

«Alla mia patatina, che amo più di ogni altra cosa al mondo: con questa dedica si apre il romanzo più famoso del premio Pulitzer Jake Davis, dando vita a un film intitolato Padri e figlie (regia di Gabriele Muccino), che mostra con profonda chiarezza come la persona, nella sua concretezza, possa diventare nel suo presente e futuro la traduzione immediata del suo subconscio traumatizzato. Un passato difficile, così, denota un’umanità a strati e in cerca di risposte per affrontare i propri problemi, accusante un forte senso di abbandono, egoismo e inadeguatezza a causa di insegnamenti inconsciamente errati che influiscono negativamente sulla crescita. 

Un duro contrasto a colpi di flashback, dunque, permea il centro di tutto il film: il rapporto tra Jake Davis e sua figlia Katie (interpretata da Kylie Rogers), a partire dalla New York City degli anni ’80. Un incidente d’auto, infatti, cambierà per sempre la loro vita e da quel momento lo scrittore, rimasto vedovo (interpretato dal premio Oscar Russel Crowe), dovrà prendersi cura di lei e affrontare contemporaneamente un serio disturbo mentale con violente crisi post traumatiche e un vuoto emotivo che blocca la maturazione interiore della figlia alla perdita dei suoi genitori. 

Ecco che emerge, sempre più prorompente, il rumore della macchina da scrivere in primissimo piano, come riscatto duro e audace nei confronti delle sfide della vita, rappresentate da Elisabeth (interpretata da Diane Kruger), simbolo di un vissuto senza amore, e da suo marito William (interpretato da Bruce Greenwood), che tenteranno di adottare Katie contro il consenso del padre. Come per magia, la bambina, dunque, spicca il volo, andando in bicicletta e trasformandosi, tramite un lungo salto spazio-temporale, 25 anni dopo, in una bellissima donna che vive a Manhattan (interpretata da Amanda Seyfried). 

Ormai da anni lontana da casa, si trova incapace di vivere a pieno una storia d’amore perché, mescolando incubo d’infanzia e realtà, è mossa dalla continua ricerca del padre perduto nel rapporto con gli altri uomini, ma ha paura di affezionarsi a loro perché non vuole perdersi e perderli in un lutto senza fine. ciò che succede con Cameron (interpretato da Aaron Paul). Ma, grazie a lui, Katie capirà l’importanza di sentirsi veramente amata. 

La vita di Jake Davis e l’intimità del rapporto con sua figlia, sottolineato da luci calde e movimenti di macchina veloci, sembrano rimandare in modo parallelo all’ossessione per i numeri di John Forbes Nash e al faticoso rapporto con sua moglie, l’oscura lotta interiore contro i reciproci demoni avanti e indietro nel tempo nel primo caso, immaginari nel secondo, l’aggravarsi della malattia, la matematica che si arrende all’amore, come la scrittura che celebra la vita nel suo ultimo romanzo finale avendo, come sottofondo, l’emozionante colonna sonora di Buonvino e l’intensità della magistrale interpretazione di Russel Crowe, così simile, in due personaggi opposti come il geniale matematico e il famoso scrittore, rendono Padri e figlie la toccante e antitetica A Beautiful Mind di Gabriele Muccino, un capolavoro assoluto di umanità che, trascendendo la sceneggiatura, deve essere visto perché, nonostante la sua intricata drammaticità, talvolta difficile da accettare, centra le verità nascoste nel cuore dello spettatore, in un sorprendente connubio tra bellezza e fragilità.

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