ALASKA/ Il film che “parla” alla pancia e al cuore dello spettatore

- Emanuele Rauco

Il nuovo film di Claudio Cupellini racconta la storia d’amore piuttosto tormentata tra un cameriere d’albergo e una modella. La recensione di EMANUELE RAUCO

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Una scena del film

Spira effettivamente un’aria nuova dalle parti del cinema italiano. Che può piacere o no, ovviamente, ma che è sana, che porta visioni e sguardi diversi, non omologati. Finalmente il cinema italiano, anche quello più istituzionale, sente e guarda fuori dai confini, non solo per storie o luoghi, ma soprattutto per respiro stilistico, implicazioni cinematografiche. Dopo Sorrentino e Garrone, ma anche Suburra e altri, è la volta di Alaska, nuovo film di Claudio Cupellini. 

La pellicola racconta della storia d’amore piuttosto tormentata tra un cameriere d’albergo e una modella che sta facendo un provino in quell’hotel. Si incontrano sul tutto e non si molleranno più passando attraverso prigioni, convivenze, incomprensioni, abbandoni e tragedie varie, tra Parigi e Milano, per ricominciare, ogni volta.

Scritto da Cupellini con Filippo Gravino e Guido Iuculano, Alaska è un melodramma moderno urbano e sociale, che mentre racconta le pulsioni amorose di due giovani racconta anche le città, i luoghi e la società che cambia intorno a loro e cerca di distruggerli, guardando per toni e stile al cinema pulsante e possente di Jacques Audiard.

Cupellini innanzitutto sta addosso ai personaggi, con la macchina da presa e col racconto, per costruire due ritratti che si appiccichino addosso allo spettatore, due personaggi pieni di durezza, fragilità e slanci passionali come nei migliori melodrammi e che la coppia Elio Germano/Astrid Bergès-Frisbey interpreta con adesione febbrile e commovente (soprattutto lei, una delle rivelazioni dell’anno); attorno a loro, però, gli autori costruiscono una serie di quadri d’ambienti, di milieu molto precisi, che traggono sostanza dalla storia d’amore e ne danno. Alaska – sulla traccia di quella storia d’amore – è il racconto di una parabola sociale che sa guardare e toccare la realtà senza intellettualismi e con violenta emotività. 

Cupellini gioca consapevolmente d’accumulo, preferisce l’effetto della trovata narrativa alla cura nella scrittura e il racconto rischia di apparire più volte superficiale; ma a questo difetto il regista risponde con una messinscena muscolare di grande energia, che seppure esondi ed ecceda nel finale resta sempre coerente, soprattutto al rapporto che ha creato tra i personaggi e lo spettatore.

È questo rapporto il cuore di Alaska, la sua forza: come se aderisse a quel “movimento” chiamato new sincerity, in cui le premesse di un’opera – soprattutto emotive – si seguono fino in fondo, senza ironia o intellettualismo, Cupellini parla alla pancia e al cuore dello spettatore (e di se stesso) più che alla testa del critico, correndo il rischio di incappare nei difetti in cui Alaska effettivamente incappa, ma senza i quali avrebbe giocato sul sicuro, senza cui non sarebbe così palpitante.

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