DOBBIAMO PARLARE/ Il film sulla “pericolosità” delle parole

Il punto nodale della commedia diretta, scritta e interpretata da Sergio Rubini, spiega MARIA LUISA BELLUCCI nella sua recensione, è il ruolo delle parole in una relazione

20.11.2015 - Maria Luisa Bellucci
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Una scena del film

Vanni e Linda vivono nel centro di Roma in un attico meraviglioso. Lui (Sergio Rubini), cinquant’anni, è uno scrittore di successo reduce da un recente flop letterario. Lei (Isabella Ragonese) è un’aspirante scrittrice che finora si è limitata a collaborare nell’ombra ai romanzi del compagno Vanni, senza mai uscire allo scoperto. Amanti dell’arte e della vita di cultura, hanno uno stile “intellettuale” raffinato e “costoso” nei gusti e prediligono la convivenza al matrimonio.

I loro migliori amici, Costanza e Alfredo, sono agli antipodi. Entrambi medici, l’una (Maria Pia Calzone) è dermatologa, mentre l’altro (Fabrizio Bentivoglio) è chiamato “il Prof” in quanto luminare nel campo della cardiochirurgia. E, soprattutto, sono tutti e due al loro secondo matrimonio.

Una sera, una di quelle sere in cui Vanni e Linda stanno per uscire per andare a un vernissage, piomba in casa loro Costanza – poi seguita da Alfredo in un via vai continuo – che ha appena avuto la conferma del tradimento del Prof. Inizia, così, il principio di una lunga notte di litigi, urla, chiacchierate sui reciproci tradimenti e sul significato di essere coppia.

Il punto nodale di Dobbiamo parlare, la commedia diretta, scritta e interpretata da Sergio Rubini è, ci sembra, l’importanza della comunicazione o della non comunicazione all’interno di una relazione. O, meglio, delle parole e della loro pericolosità. Non a caso il film è ambientato, strizzando l’occhio allo stile teatrale, solo all’interno di una casa – e per lo più di una stanza. Così l’azione è ridotta al minimo, limitata alla semplice entrata e uscita di scena rispettivamente di Costanza e di Alfredo, sino a quando entrambi, esausti per le circostanze, si abbandonano sul divano di Vanni e Linda. E allora la scena si cristallizza semplicemente nel salotto di casa. 

In questo contesto a far da protagonista è senza dubbio la parola. È questa a far procedere la narrazione, quasi fosse un romanzo, tra racconti, dialoghi, colpi di scena e soluzioni. E non a caso gli interlocutori dei fedifraghi Costanza e Alfredo sono due scrittori, maestri della parola e del concetto. 

In questo Rubini è geometrico nel disegnare le due coppie. Vanni e Linda appassionati intellettuali, Costanza e Alfredo due dottori di Scienza e, si può dire, di calcolo. Due modi diversi di interpretare l’amore e due età e maturità diverse. Da una parte Vanni e Linda sono al servizio dell’emozione, dell’amore romantico e sdolcinato, dell’amore in cui tutto va sempre bene. Dall’altra Costanza e il Prof sono esempio di un sentimento che nel tempo si è tramutato in distacco e di esso è rimasto solo una calcolata convenienza. 

Eppure, cosa c’entrano in tutto ciò le parole? Innanzitutto sono esse all’origine di ogni pericolosa incomprensione. Sia che vengano pronunciate, sia che vengano taciute. Possono allontanare come avvicinare. Raccontare bugie o essere oneste. Sta di fatto che – così pare – esse sono il minimo comune denominatore tra le due coppie. Quale sarà, però, tra le due, la relazione capace di resistere a quest’ondata di rivelazioni? Quella perfetta o quella rovinata dal tradimento? 

Il film, nel complesso tiene viva l’attenzione e sicuramente pone delle questioni interessanti. Il merito va ai dialoghi molto vivaci e del tutto incessanti. 

Se è possibile muovere una critica, questa va certamente al tono eccessivamente urlato di alcuni scambi, alto al punto da rendere fastidioso il personaggio di Costanza (che già di per sé è molto connotato in questa direzione). In tal senso vi è da dire che Rubini ci presenta i suoi personaggi abbastanza caratterizzati, dichiarando, così, di voler annoverare il suo film all’interno del repertorio della commedia all’italiana. 

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