REGRESSION/ Il film sulla paura che “regge a metà”

Il regista Alejandro Amenábar torna al cinema con un thriller tinto di horror dalle innegabili potenzialità e aspettative. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

03.12.2015 - Maria Luisa Bellucci
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Una scena del film

Il regista Alejandro Amenábar, noto per il suo talento cinematografico dimostrato in The Others e Mare Dentro – pellicola che nel 2004 gli è valsa la statuetta come migliore film straniero – torna al cinema con Regression, un thriller tinto di horror dalle innegabili potenzialità e aspettative. Il risultato, però, è deludente. Se non nella storia e non totalmente negli interpreti – Ethan Hawke è molto bravo nel ruolo del detective completamente assorto dal caso, mentre Emma Watson poco profonda e credibile nei panni della ragazzina terrorizzata – il film è carente nella costruzione cinematografica della trama. 

Siamo in Minnesota nel 1990 e la diciassettenne Angela Gray (Emma Watson) trova finalmente il coraggio di denunciare inimmaginabili abusi subiti dal padre, pesantemente alle dipendenze non solo dell’alcol, ma anche di una setta che celebra messe nere. Il detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) prende a cuore il caso e si immerge totalmente nelle indagini per cercare di salvare Angela e le altre potenziali vittime dei rituali neri. In questo senso si rivelano fondamentali i racconti del padre della ragazza, incarcerato per aver ammesso la propria colpevolezza dopo essere stato sottoposto alla tecnica della regressione ipnotica. Un modo, ovvero, per rivivere – e dunque ricordare – circostanze vissute di cui si è persa la memoria. Le rivelazioni si susseguono sino al termine del film, quando un’ultima scioccante verità pone fine al dolore contenuto in questa storia.

Nel parlare del film di Amenábar è necessario fare una distinzione tra il piano dei contenuti e quello della pura narrazione. I due livelli, infatti, danno un differente contributo alla pellicola. Il primo in qualche modo buono, mentre il secondo scarso e a tratti ingannevole. È proprio quest’ultimo, purtroppo, dal momento che la struttura della narrazione è ciò di più immediatamente percepibile dallo spettatore, a rendere il testo un film mediocre. Sicuramente non all’altezza dei suoi predecessori.

Tinto di vaghe ombre horror nell’evocazione, per esempio, di messe nere durante le quali si compiono sacrifici umani, Regression resta soprattutto fedele alla sua natura di thriller psicologico. Temi come la tecnica della regressione, la psicosi e la vulnerabilità della mente dinnanzi alla possibilità di essere influenzata da agenti esterni si riuniscono attorno a un unico e più ampio argomento: la paura. Paura della morte, paura dell’ignoto e paura della violenza. In questo contesto l’ambientazione in una piccola, conservativa e claustrofobica cittadina della provincia americana amplifica in cerchi concentrici sempre più grandi il senso di rincorsa affannosa verso un male da estirpare che non risparmia nessuno. Soprattutto chi, come Angela e la sua famiglia, è vissuto ai margini della società.

Dinnanzi a tutto ciò si pongono tre autorevoli voci. La scienza, rappresentata dal dottor Kenneth Raines, esperto nella tecnica della regressione. La religione, che lotta contro il male attraverso la verità della preghiera. Infine, la polizia. Il punto di riferimento, almeno apparente, in questo magmatico presente che si macchia del sangue di innocenti resta il detective Kenner. Scettico, integro e totalmente focalizzato sulla volontà di trovare prove concrete che testimonino i rituali neri, Bruce Kenner è il più evidente esempio psicologico di come la mente umana sia facilmente impressionabile. Come in una spirale che vorticosamente si avvolge su se stessa, i tragici racconti di Angela si trasformano in situazioni sempre più reali che iniziano a ossessionare tutti nella piccola cittadina del Minnesota. Al punto che i colpevoli, finora ignari della tragicità delle azioni compiute, grazie alle parole di Angela iniziano a ricordare ogni minimo dettaglio. 

La tensione emotiva e psicologica che la storia genera tiene viva la nostra attenzione fino a metà film. Da questo punto in poi tutte le fragilità nella messa in scena della trama, che nella prima parte erano rimaste nascoste, emergono fino a indebolire la storia in credibilità e struttura. La rapidità, poi, con cui si volge verso una risoluzione netta nei fatti è tale da lasciare disorientati.

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