LA FAMIGLIA BELIER/ Il film “muto” che porta il pubblico in un mondo nuovo

- Claudia Cabrini

Il film di Eric Lartigau racconta la storia di Paula, ragazza figlia di una coppia sordomuta che si scopre dotata di un talento per il canto. La recensione di CLAUDIA CABRINI

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Una scena del film

La Famiglia Bèlier è una commedia come ce ne sono poche in giro. Di nazionalità francese e firmata dalla penna registica di un grande come Eric Lartigau, in compagnia di volti del calibro di Roxane Duran, Ilian Bergala e Luca Gelberg, il film ci fa tornare alle origini del cinema muto, o quasi, senza dimenticare tuttavia due co-protagoniste fondamentali come la bravura recitativa e la musica.

Paula ha 16 anni ed è carina, simpatica, soprattutto molto in gamba. Una giovane come poche oggi, con il peso della famiglia sulle spalle. Sì, perché i suoi genitori e il fratellino più piccolo sono muti e sordi da sempre. Nonostante la cosa non sembri affatto ostacolare il loro entusiasmo, né tanto meno la loro gioia di vivere – com’è giusto che sia -, le difficoltà non mancano. Gestiscono un’azienda agricola e, soprattutto, un appuntamento settimanale a stretto contatto col pubblico: il mercato zonale, dove i formaggi da loro prodotti ogni giorno possono esser commerciati a chilometro zero. 

Paula ama la sua quotidianità, e non cambierebbe la propria famiglia per nulla al mondo, nonostante le incomprensioni con mamma e papà non manchino. Ma ogni tanto vorrebbe scappare. L’adolescenza è anche caratterizzata da questo voler evadere. E così, il destino sarà forse segnato? Paula evade, nel modo più improbabile fra tutti. La scuola la obbliga a cantare. Da qui la rivoluzione, positivissima, di Paula, della sceneggiatura intera, e anche del film. La colonna sonora inizia a farla da padrone, con Paula, alias Louane Emera, che poco a poco scopre di aver una dote incredibile. 

Un continuo susseguirsi di silenzi trasformano La Famiglia Bélier in un prodotto cinematografico emozionante, colorato e assolutamente ben fatto. Strano a dirsi ma vero. Se inizialmente il racconto poteva apparire quasi banale, sono pochi i minuti di pazienza da conservare per poter capire che in realtà era tutto previsto. Una scelta registica sottile ma geniale quella di accompagnare a sua volta lo spettatore nella scoperta, o nella sfida, a un mondo nuovo, in compagnia di quei protagonisti tanto diversi da sembrare talvolta addirittura freddi. 

E allora, come Paula riscoprirà il bello di cantare per i suoi genitori nonostante questi non possano sentirla, così, all’inverso, ci riscopriamo sordi anche noi, con l’ausilio di tre minuti rigorosamente muti. Perché lei sì, canterà, in occasione del saggio di fine anno scolastico, e i suoi genitori sì, saranno lì ad applaudirla. Ma noi non sentiremo nulla. Solo un vuoto, che risucchia ogni cosa. Un silenzio che grida: “Vedi cosa significa essere sordi?! Tutti piangono di gioia ascoltando tua figlia cantare e tu non capisci perché!”. Una scena che ti fa arrabbiare, perché ti coinvolge a tua insaputa nell’handicap che si va raccontando, e tu non puoi davvero fare altrimenti. Puoi solo restare lì, interdetto. E sbuffi, perché dopo 90 minuti di proiezione non c’è niente che desideri più che sentir Paula cantare. E invece

La Famiglia Bélier gioca su ogni fronte, e vince ogni battaglia. Rebecca Atkinson, giornalista del “The Guardian” sorda dalla nascita, ha recensito questo come un film “irrispettoso nei confronti dei veri sordo-muti” i quali, lei dice, “non sono minimamente stati presi in considerazione dato che tutti gli attori in scena fingono soltanto di non sentirci, ma di handicap non ne hanno” (cosa non vera peraltro, perché il fratello di Paula che vediamo nel film è sordo sin dalla nascita anche nella vita di tutti i giorni). Certo, chi sono io per giudicare? Non mi riesce immedesimarmi in chi i suoni non li sente, e nonostante io possa sforzarmi di capire cosa significhi non ascoltare la musica, per me una delle forme d’arte più complete al mondo, capisco che ciò non basti affatto.

Eric Lartigau però ci ha provato davvero. Ha tentato di gridare la difficoltà del silenzio forzato tramite l’ausilio di un film ricco di pause, di emozioni. La Famiglia Bélier resta consigliato a tutti. E le canzoni di Michel Sardou – per i francesi il loro Mozart, per capirci per noi quasi il nostro Battisti – ringraziano. Bellissime, eterne, e riscoperte anche in Italia con una pellicola che, sono sicura, abbatterà ogni barriera, scavalcherà ogni confine.

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