SERVIZIO PUBBLICO / La vera politica soccombe all’evoluzione degli affaristi?

- La Redazione

A Servizio Pubblico il rapporto tra corruzione e politica: la classe dirigente non è stata in grado, o non ha voluto frenare il fenomeno della corruzione? E le cooperative che ruolo hanno?

Santoro_NeroR439
Michele Santoro (Infophoto)
Pubblicità

Una puntata ricca di contenuti di “Servizio Pubblico” di Michele Santoro, riesce quasi nell’impresa di creare un vuoto assordante nell’animo dei tanti cittadini onesti in ascolto. Una sensazione di impotenza, di anacronismo rispetto “ai tempi impazziti”, così come li definisce proprio il conduttore della trasmissione, di disgusto rispetto agli ennesimi “gasati” del sistema, assale lo spettatore e lascia l’amaro in bocca, quasi come se nulla si potesse fare per porre fine ad un meccanismo di collusione sempre più affinato. Le soluzioni proposte in studio dagli ospiti del programma, a partire da Di Maio del Movimento Cinque Stelle parlano di leggi anti-corruzione da approvare, quelle indicate da Lusetti, Presidente di LegaCoop, mirano a non fare di tutta l’erba un fascio, e ad applicare, su tutti i livelli, la politica del rigore, del “chi sbaglia paga”, ma la sensazione, come l’attualità degli spari al Tribunale di Milano rendono evidente, è che si arrivi spesso troppo tardi dinanzi alla realtà compiuta. A rendere chiaro ciò di cui parliamo è l’ex magistrato di “Mani Pulite” Antonio Di Pietro, che chiarisce come la mafia sia passata dall’agire con la lupara, al necessitare di un imprenditore e di un politico per portare a compimento i propri affari. Ed è proprio questa consapevolezza, che porta Claudio Martelli, a volere un coinvolgimento dei cittadini onesti nelle scelte che condizionano la società civile, a partire dalle elezioni e dai metodi che stabiliranno i rappresentanti del popolo in Parlamento, senza quindi accontentarsi di un “Italicum” che è da approvare solo perché “leggermente migliore” rispetto al Porcellum. Quando Di Pietro parla di “tangente post-moderna”, per rappresentare l’evoluzione della corruzione, emerge il sospetto che nulla o troppo poco sia stato fatto dalla classe dirigente politica per arrestare, o quanto meno frenare, l’avanzata degli affaristi. Una classe politica poco lungimirante, attenta a strumentalizzare a proprio vantaggio anche i casi di cronaca più toccanti, come quella del povero David Raggi, pur di cavalcare l’onda dell’effimero consenso popolare, ha lasciato che la moralità soccombesse? Sarebbe forse meglio tornare a concentrarsi sul “sentimento” popolare, quello di una marea di persone che non ha ancora smesso di credere che alla fine sarà l’onestà a trionfare, a determinare l’isolamento degli affaristi, a sancire il ritorno della vera politica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità

I commenti dei lettori