Run All Night – Una notte per sopravvivere/ Il film d’azione in cerca di “redenzione”

Il nuovo film di Jaume Collet-Serra cerca di raccontare la ricerca di perdono e redenzione da parte di un criminale purosangue. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

30.04.2015 - Maria Luisa Bellucci
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Una scena del film

Un dato è certo. Le colpe dei padri ricadranno sui figli. quello che succede in una sola notte nella città che non conosce sonno, New York City. Le cui strade, quelle della delinquenza storica, radicata e che non perdona, sono il palcoscenico su cui si muovono (nel film Run All Night – Una notte per sopravvivere) le vite di Jimmy Conlon, chiamato lo scavafosse in nome della sua spietata abilità da cecchino, di Shawn Maguire, capofila della mafia irlandese, e dei loro due figli, Mike e Danny. 

Uniti da profonda amicizia sin dai tempi in cui erano giovani, Jimmy e Shwan hanno cavalcato insieme con spietata lucidità le onde del successo criminale, il primo come mano armata dell’organizzazione, il secondo come mente mafiosa. A spezzare la loro fratellanza, però, si pone un proiettile di troppo indirizzato alla persona sbagliata. 

Jimmy a uccidere con un colpo alla nuca Danny, l’unico figlio, che ha malamente seguito le orme del padre, di Shawn. Poco importa che lo abbia fatto per difendere il suo di figlio, Mike, che con la criminalità organizzata non ha e non vuole avere niente a che fare. 

Il regista Jaume Collet-Serra, lo stesso di Unknown – Senza identità e di Non-Stop, firma un action movie in cui fughe, violenza e ammazzamenti non mancano e dove il tema della responsabilità dei padri sulla buona sorte dei figli si accompagna a una netta separazione tra buoni e cattivi e alla catarsi, fatta di pentimento e tentativo di redenzione, di Jimmy. 

Il “misticismo” profano di cui, a tratti, è permeato il personaggio di Jimmy lo scavafosse è trattato attraverso il dolore di chi ha perso tutto. La moglie, morta anni addietro, il figlio Mike, con cui non ha più alcun contatto, e una definita direzione nella vita. I tempi sfacciati della giovinezza criminale sono annegati in un fiume di alcol e ne è rimasta solo l’umiliazione della solitudine. Per questo, quando suo figlio Mike diventa casualmente vittima della mano inesperta e sprovveduta di Danny, mafioso novellino e arrogante rispetto al polso freddo e calcolatore del padre Shawn, Jimmy non può fare a meno di rispolverare la sua gloria passata e di compiere l’unica azione possibile. Con lucidità e senza sentimentalismo, pur sapendo che quel proiettile mortale scatenerà una guerra tra le sue “due famiglie”, quella mafiosa e quella di sangue. 

All’orgoglio paterno di Jimmy si accompagna la negazione della relazione padre-figlio di Mike. Lui è, indubbiamente, il primo e unico “buono” del film. Il figlio che ha scelto di vivere secondo le regole, di stare lontano dalla violenza, fatta eccezione per quella sopra il ring, dove, però, esiste un codice d’onore che la definisce. Con un lavoro onesto e una famiglia da mantenere, Mike si trova casualmente coinvolto in un vortice di omicidi. Il caso è, tra l’altro, uno degli altri personaggi del film e sembra piuttosto che questo serva più a coprire le fragilità della scrittura della storia che a dare a essa valore aggiunto.

Quel che conta per il regista in questo film, è che, in una città che si divide tra buoni e cattivi e in cui la polizia è corrotta, un criminale purosangue cerchi la via del perdono attraverso il pentimento e il tentativo di redenzione. L’atto estremo di Jimmy ci è raccontato come un gesto d’amore gratuito, che, a suo modo, giustifica e conferisce senso alla vendetta “fratricida” e sanguinolenta che separa per sempre le strade di Jimmy e Shawn. 

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