IL RACCONTO DEI RACCONTI/ La “perla nera” di Garrone nata dalle fiabe

Ispirato alla raccolta di fiabe popolari di Giambattista Basile, arriva nelle sale il nuovo film di Matteo Garrone in gara al Festival di Cannes. La recensione di DARIO ZARAMELLA

14.05.2015 - Dario Zaramella
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Una scena del film

Prima dei fratelli Grimm e Hans Christian Andersen, prima cioè dell’entusiasmo romantico per ogni forma di narrativa popolare, c’è stato Giambattista Basile, napoletano. Il suo “Lo cunto de li cunti” (o “Pentamerone”, a sottolineare il debito nei confronti di Boccaccio) può essere considerato la prima raccolta di fiabe popolari in Europa. E se già all’altezza del 1937 Walt Disney aveva intuito il potenziale evocativo del racconto popolare, dando vita a un filone cinematografico di grande successo, anche Matteo Garrone ha trovato nella fiaba – la fiaba italiana, con una sana dose di orgoglio campanilistico – un bacino inesauribile in cui saziare la propria sete di suggestioni, e, con un lavoro quasi sartoriale, seleziona e ricompone tre delle cinquanta fiabe originarie. 

Tre regni, tre castelli fuori dal tempo e dallo spazio, i cui sovrani – una donna ossessionata dalla maternità, un re libertino e un padre possessivo – danno il via ad altrettante storie indipendenti ma legate da un filo sottile. Il prologo, durante il qualche un misterioso indovino suggerisce alla regina un rituale per avere un figlio – l’uccisione di un mostro marino con conseguente ingestione del cuore -, mettendola però in guardia circa la pericolosità di un simile sortilegio, ci proietta già in una dimensione onirica e atemporale da cui il film non prenderà mai le distanze. 

Scelta coraggiosa quella di Garrone, che, a differenza di quanto avrebbe fatto Boccaccio, decide di eliminare ogni tipo di cornice realistico-razionalizzatrice, gettandosi anima e corpo nel magma caotico che è la fiaba popolare. Caos che peraltro, lungi dall’essere edulcorato come da tradizione Disney, si mostra qui in tutta la sua barocca violenza.

Con Il racconto dei racconti (in gara a Cannes) Garrone ha voluto dare sfogo alla sua vena più sfacciatamente horror e fantasy. I personaggi sono sporchi come in un western di Leone; il gusto per il gotico e lo splatter deve molto al padre dell’horror italiano, Mario Bava; il fatto stesso di trattare una materia di per sé frammentaria e proteiforme come la fiaba, infine, non può non rimandare a Fellini, a quel suo modo – che ha fatto scuola sin da subito – di rappresentare l’inconscio. Eppure il film, nonostante l’intrinseca frammentarietà, si regge in piedi grazie a una serie di corrispondenze tematiche oltre che visive: in primis il tema della femminilità, vero e proprio fil rouge che percorre orizzontalmente i tre segmenti, viene sviluppato attraverso le tre fasi tradizionali della vita, dalla giovane in lotta con il padre all’archetipo della regina, donna potente e realizzata ma incompleta, fino al declino di un corpo che vorrebbe rinascere. 

Il simbolismo è forte, ma nulla toglie al gusto tribale per il racconto fine a se stesso, e non mancano i topoi più classici del racconto fiabesco, dalle prove da superare per avere in sposa la principessa a giganti cattivi, draghi e boschi magici. 

Il cast è variegato, e include star come Toby Jones, Salma Hayek e Vincent Cassel, nuove promesse come Stacy Martin (già vista in Nymphomaniac), fino a una breve apparizione di Alba Rohrwacher, che ultimamente è peggio del prezzemolo. Il trattamento riservato loro è diseguale, e non a tutti i personaggi viene offerto il giusto spessore, ma quelli che riescono a imporsi lo fanno con una carica tragica e introspettiva insolita per il genere, positivamente spiazzante.

Non si può, infine, non parlare del lato più propriamente “tecnico” e visivo, perché il film è l’esempio lampante di come un’immagine, al cinema, possa valere più di una solida sceneggiatura, e di come Garrone abbia accolto, seppur secondo un’estetica postmoderna, il gusto barocco per il rimando e per il particolare. Costumi curatissimi, accostamenti cromatici studiati e suggestioni pittoriche – da Klimt ai Preraffaelliti a Goya – si muovono in scenari straordinariamente evocativi, espressione del lato più indomabile del paesaggio italiano. 

La colonna sonora firmata Desplat, tanto magica quanto alla lunga ripetitiva, dà il tocco finale a un insieme sicuramente malforme, una perla nera e grezza, che proprio nel suo essere così contraddittoriamente raffinata, popolare, citazionistica e raffazzonata riesce a restituire un microcosmo oscuro e affascinante. 

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