LOUISIANA (THE OTHER SIDE)/ Il film documentario sull’altra “faccia” dell’America

Presentato a Cannes, il film di Roberto Minervini rappresenta l’altra faccia ferocemente avversa all’America del potere e dei privilegi. La recensione di ERICA DAL MAS

01.06.2015 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

«Coloro che si sentono inutili sono tutto per me, coloro che non si sentono amati e che hanno perduto persone care non saranno dimenticati. Questa è solo una parte di un componimento che una bambina ha dedicato a un veterano di guerra di nome Jim (James Lee Miller), ma connota comunque una scintilla di speranza, la voglia della Louisiana del Nord di riemergere e di riottenere l’identità e l’umanità perduta, rendendo tangibile il vago richiamo al Discorso della Montagna di Gesù riguardo alle Beatitudini. Nel mezzo di una varietà di persone per la maggioranza disoccupate, distrutte dalla droga e dalla povertà, per la prima volta in questo film-documentario presentato a Cannes dal titolo Louisiana (The Other Side) (scritto da Roberto Minervini e Denise Ping Lee, regia di Roberto Minervini) non si assiste allo sviluppo di una storia intimistica, ma al ritratto immediato ed efficace, pieno di riflessioni, senza sconti, di un’esistenza reale e di americani che, con la lingua d’origine, desiderano esprimere la loro profonda e complicata quotidianità dentro il filmico per essere ascoltati. 

“L’altro lato”, dunque, è sperduto nella natura, nella foresta, lontano dalle grandi città, connotato solo dall’attento muoversi di soldati in addestramento, dal fruscio dell’acqua del fiume e dai movimenti di Mark, protagonista del film (Mark Kelly) e della sua vita insieme a Lisa (Lisa Allen). 

Le diverse angolazioni delle inquadrature di una medesima scena sembrano seguire, in molteplici punti, più i meccanismi di una telecamera che di una cinepresa, secondo il linguaggio della fotografia e del reportage. Le voci, i rumori fuori campo danno allo spettatore l’impressione di una sequenza di immagini statiche o interi piani-sequenza dove si effettuano le azioni o i dialoghi più importanti: le persone reali come Lisa e Mark nella loro storia d’amore “fino alla fine del mondo” con le proprie speranze e promesse d’amore immerse nelle anfetamine, le soggettive delle bevute tra veterani che vogliono godersi il tempo che rimane loro da vivere, l’affetto e la solidarietà di una famiglia imperfetta ma vera, il sentimento di rivalsa e di rabbia di bianchi poveri esclusi dalla società, sono presentati sotto l’occhio fotografico, intimo, vicino e la semplicità volutamente amatoriale del cineasta onnisciente. 

Partecipe a distanza solo nel caso dei militari in guerra con le istituzioni che li hanno abbandonati, il film tematizza il Midwest, a partire dalla zona del West Monroe, antigovernativo e povero, dove si avverte il fortissimo disagio per una politica che non rappresenta più i suoi cittadini e si traduce immancabilmente per loro in un un vuoto esistenziale senza via d’uscita futura. La macchina da presa viene talvolta trascinata con vigore nel cuore di questi ambienti e il film si mette a disposizione della realtà che ha davanti, non il contrario: il desiderio dei protagonisti di far sentire la propria voce, infatti, viene esaudito tramite il silenzioso realismo di immagini cariche di significato: dalla donna incinta allo sbando che si droga all’aeroplano che trasporta, grazie al favore del vento, la scritta “legalizziamo la libertà”. 

Soltanto i ritmi della “finzione filmica” trasformano persone reali in personaggi e le loro esperienze in un film. E questo è possibile per mezzo di sequenze molto lunghe dove i protagonisti diventano registi di se stessi. Louisianadunque, è un bel film che vale la pena di vedere perché, fatta eccezione di qualche volgarità e scena integrale da evitare, rappresenta l’altra faccia ferocemente avversa all’America del potere e dei privilegi derivanti dalla ricchezza. Il cuore dell’America vera, autentica non dipende da chi comanda, ma è quella che ha dovuto barricarsi, isolarsi dal resto del Paese per sopravvivere; è il compagno d’armi che non abbandona mai l’altro anche dopo fatiche immense, nel bisogno più estremo, è la protezione della famiglia al di là di ogni strategia politica, la salvaguardia della vita e della dignità umana contro ogni forma di riduzione e di schiavitù. 

La vera America, infine, è fatta da coloro, veterani e giovani eroi, soldati del presente che, in virtù dell’inferno di cadaveri che hanno visto, continuano a combattere per l’affermazione della propria individualità e perché non accettano di vedere calpestati i valori e i diritti a cui appartengono, per i quali sono nati e si sono sacrificati. Il film vuole ribadire con forza che la concentrazione del potere nelle mani del governo centrale, soprattutto a partire dal 2002, ha spezzato l’unità di questa Nazione, evidenziando le spaccature sociali ed economiche tra i vari stati e regioni, a causa del terribile prezzo dell’uso delle armi per risolvere i problemi più gravi. Gli spari di questi militari sono tristi echi un passato di sangue che non si è mai dimenticato e l’unica possibilità di riscatto rimasta è la disperata speranza di una nuova Dichiarazione d’indipendenza. 

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