VULCANO/ Dal Guatemala un film “realista” che lascia emozioni (e l’amaro in bocca)

- Claudia Cabrini

Con un film ambientato in Guatemala, e più precisamente nel cuore della comunità di etnia Maya, torna su grande schermo Jayro Bustamante. La recensione di CLAUDIA CABRINI

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Una scena del film

Al cinema dall’11 giugno, con un film ambientato in Guatemala e più precisamente nel cuore della comunità di etnia Maya, torna su grande schermo Jayro Bustamante, che anche stavolta dirige un’opera filmica alla quale è impossibile restar indifferenti. Si intitola Vulcano e racconta un insospettabile e stupefacente (ma non troppo in positivo…) mondo sospeso tra le più antiche credenze ancestrali ormai sconosciute alla nostra modernità.

La giovane protagonista si chiama Maria, e nonostante il suo sia ancora un viso da bambina, nessuno la tratta da piccola adolescente. Vive e lavora con mamma e papà, in una grande piantagione di caffè alle pendici di un vulcano. Sogna “l’altro mondo”, quello “normale”, avanzato e moderno della grande città, ma tutto ciò che le sta attorno, dalla famiglia alla realtà fatta di circostanze vere, non l’aiutano affatto. Al contrario, la allontanano da quello che vorrebbe fosse il suo splendido destino. E poi quel giovane che lei a malapena conosce, ma che tra poco tempo diverrà suo sposo, matrimonio combinato ovviamente. Cosa le resta di una vita già vissuta ma ancora da scrivere? Una strada segnata e scritta indipendentemente dai veri desideri che la rappresentano? La risposta, Maria crede, potrebbe chiamarsi Pepe, un giovane raccoglitore di caffè americano. 

Allora un ingenuo piano studiato nei minimi dettagli: Maria lo seduce, lo convince a scappare insieme per raggiunger quel “nuovo mondo” tanto atteso. Ma anche stavolta l’imprevisto si oppone, perché Pepe scappa, ma lei non può scappare dal fatto, dall’esser rimasta incinta. Quel gesto che dovrebbe crear vita, l’Amore, allora, in realtà stavolta la vita quasi la distrugge, come se quella di Maria non potesse dirsi già sufficientemente martoriata. Sì perché la mamma la costringe (senza riuscirci per un soffio) a farla abortire, a bruciare quell’errore che ha reso impura la sua piccola, e poco importa del bambino che le sta crescendo in grembo. L’ultima goccia in grado di riempirlo, il vaso, senza farlo tuttavia traboccare – ma per poco – è un serpente velenosissimo. 

Quasi il male maggiore e ultimo, nella figura del demonio, del cattivo peggiore, come si ricorda nella stessa Bibbia. Un rettile che a Maria morde un piede, iniettandole il peggiore dei veleni. Nonostante il dolore Maria sembra quasi felice, talvolta sorride. Finalmente andrà all’ospedale, in quella “grande città” che lei venera quasi fosse il paradiso. Ma non finisce qui…

Un racconto cinematografico quasi in stile documentaristico, poco parlato ma tante emozioni. Tanti silenzi che talvolta spiegano meglio di qualsiasi cosa, e una fotografia mozzafiato, Vulcano è cinema d’autore non consigliabile a chi non abbia davvero voglia di aprire mente e cuore a due ore di proiezione. Tuttavia, mentirei se dicessi il contrario, Vulcano resta a mio parere un film eccezionale e imperdibile, capace di coinvolgerti e di emozionarti lasciandoti talvolta scioccata dal fatto che davvero certe cose al mondo d’oggi ancora siano possibili.

E Jayro Bustamante queste realtà le conosce benissimo, perché le ha vissute in prima persona sin da bambino nelle zone guatemalteche abitate dai Maya e circondate da vulcani. Bustamante ne conosce linguaggi e tradizioni, e decide di applicar le sue esperienze in un film di tutto rispetto capace di farti pensare moltissimo. Resta anche l’amaro in bocca. Perché a tutti gli effetti è difficile dimenticarsi di come, quella di Maria, sia una storia coinvolgente, ma molto triste, e soprattutto vera. Purtroppo.

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