FURY/ Il film che ricorda il “(non)senso” della guerra

- Ilenia Provenzi

Ambientato in Germania nel 1945, in pieno conflitto mondiale, il film di David Ayer con Brad Pitt offre una riflessione sulla guerra. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Una scena del film

La guerra si può raccontare in modi diversi. Può fare da sfondo a narrazioni eroiche oppure ispirare una riflessione sulla violenza, sul confine tra il bene e il male, sulla perdita dell’umanità. Infine, può essere descritta con crudo realismo, per riprodurre l’orrore vissuto da chi l’ha fatta davvero. 

Sulla scia di Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg, il regista David Ayer sceglie con Fury quest’ultima strada, costruendo un film duro e “cattivo”. Nella Germania del 1945, mentre gli Alleati portano avanti il loro attacco, un gruppo di cinque americani si lancia in una missione suicida a bordo di un carro armato chiamato, appunto, Fury. 

A guidarli è il sergente Don Collier (Brad Pitt), sopravvissuto allo sbarco in Normandia e chiamato “Wardaddy”. Ha un suo codice, ha i suoi valori, ma non sono quelli eroici che potremmo aspettarci. Si comporta da padre autoritario e severo con la recluta Norman Ellison (Logan Lerman), un giovane inesperto e ancora a disagio con la guerra e la violenza. Gli insegna a sopravvivere, l’unica lezione che si può imparare quando ogni cosa sta andando a pezzi e qualsiasi regola morale è saltata. Nel suo modo rude e poco ortodosso, Don costruisce per lui una parentesi di (apparente) quiete domestica e gli concede un’illusione d’amore con una ragazza tedesca, ma gli mostra anche la via per salvarsi quando il carro armato, che avanza nella campagna tedesca, s’imbatte in una squadra di soldati contro cui non può vincere.

Il film si concentra sul massiccio Fury, con cui i protagonisti sembrano fondersi: uomo e macchina sono insieme nella guerra, ad affrontare l’orrore che li circonda. I personaggi sono costruiti sulla base di modelli narrativi classici, ben definiti nelle loro caratteristiche, ma al centro dell’attenzione rimane il rapporto tra Norman e Wardaddy: il veterano coperto di cicatrici insegna al giovane a diventare un soldato, lo costringe a rinunciare all’innocenza per difendere se stesso e gli altri. Perché un comandante deve proteggere la vita dei suoi uomini, e in guerra non c’è spazio per l’esitazione e neppure per il conflitto morale. 

Guardando gli uomini distruggersi a vicenda senza pietà, ci si chiede una volta di più dove finisca la compassione, se la pietà svanisca del tutto di fronte alle armi. Fury non è un film sull’eroismo o sugli eroi. Non mostra illusioni; non costruisce le scene d’azione per mostrare atti eroici. Scena dopo scena, si assiste alla rassegnazione, al coraggio ma anche alla follia, ai momenti di cameratismo così come di crudeltà. 

Senza bisogno di riflessioni esplicite, la pura rappresentazione del massacro porta inevitabilmente a una conclusione: non si può trovare un senso nella guerra. Dentro al carro armato, i militari si convincono che quello sia il lavoro migliore che abbiano mai avuto. Ma lo ripetono con tristezza, rassegnazione, consapevoli in fondo che la violenza genera violenza e che l’odio può solo distruggere. 

Se viene meno il rispetto per la vita umana, che cosa resta? 

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