TED BUNDY/ La storia del lady killer statunitense che ha ucciso più di 30 donne (Top Secret, puntata 21 luglio 2015)

- La Redazione

Ted Bundy, chi è il killer statunitense che ha ucciso più di 30 giovani donne: stasera, 21 luglio 2015, si parlerà anche di lui nella nuova puntata di Top Secret in onda su Canale 5

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Claudio Brachino (Infophoto)
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Theodore Robert Bundy è entrato nella storia del crimine come uno dei più feroci serial killer in assoluto, lasciando una sica di sangue ancora oggi non precisata nel dettaglio. Una scia di violenze inaudite che lo hanno infine condotto alla sedia elettrica, nel 1989: stasera, nella puntata di Top Secret in onda su Canale 5, si parlerà anche di lui. Nato a Burlington, in Vermont, nel 1946 con il cognome di Cowell, nei primi tre anni dela sua vita visse nella casa dei nonni materni a Philadelphia, in un ambiente molto particolare. Il nonno Samuel era infatti un uomo che amava sfogare la violenza e la nonna Eleanor univa depressione e sottomissione alla contrarietà per l’illegittimità del nipote. In questi primi anni, peraltro, al piccolo fu detto che Louise, la madre, era invece la sorella, una menzogna venuta più tardi a cadere, lasciando in lui un risentimento sempre più profondo.

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Nel 1950 Louise decise infine di lasciare un ambiente familiare così problematico e, dopo aver cambiato il proprio cognome in Nelson, raggiunse Tacoma, nello stato di Washington, ove viveva una cugina. Nell’anno successivo conobbe Johnny Bundy e la coppia decise di contrarre subito le nozze che permisero a Ted di essere adottato e di acquisire il cognome che lo avrebbe reso celebre. Le notizie che fanno seguito a questo evento, non sono altrettanto chiare. Secondo la scrittrice Ann Rule, che scrisse un libro sul serial killer, Ted Bundy usava descrivere la sua adolescenza con tinte fosche. Altre persone, sostengono a loro volta come i germi della violenza avessero già fatto ampiamente capolino nel suo comportamento. Il 1965 lo vide comunque iscriversi all’università e innamorarsi di una compagna, Stephanie Brooks. Proprio la rottura di questa relazione, dovuta al ritorno a casa della ragazza, portò probabilmente al mutamento decisivo, gettando Ted Bundy nello sconforto. Il posto di Stephanie fu preso qualche mese più tardi da Elizabeth Kloepfer, ma la loro relazione si rivelò ben presto non solo caratterizzata dalla discontinuità, ma anche da una certa turbolenza, tanto da portare l’uomo in carcere, nel 1976. Era però già iniziata la lunga scia di morte lasciata dal serial killer.

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Va infatti ricordato che se ufficialmente ha sempre negato gli omicidi a lui attribuiti, oppure ritrattato quelli confessati, gli inquirenti hanno sempre accreditato l’ipotesi che i primi atti da lui perpetrati siano iniziati alla fine degli anni ’60, nell’area di Washington. Se l’inizio delle violenze rimane segnato da un alone di mistero, neanche il numero effettivo delle vittime è mai stato precisato, anche se si tende ad accreditare l’ipotesi che si tratti di un minimo di trenta donne. Una vera e propria strage favorita dal fatto che l’aspetto di Ted Bundy era quanto di più lontano si possa immaginare da un assassino seriale. I conoscenti lo hanno sempre ritratto come un ragazzo avvenente, provvisto di modi gentili. Aspetto e comportamenti che lo agevolarono non poco nell’adescare le vittime. La prima fase della sua mortale attività, fu caratterizzata da un modus operandi ben preciso, che lo portava a frequentare zone molto affollate, ad esempio parchi, in pieno giorno. Il suo maggiolino bianco della Wolkswagen batteva non solo lo stato di Washington, ma anche la California e l’Oregon.

Una volta individuata la propria preda, Bundy fingeva di avere un problema traumatico ad un arto e riusciva a suscitare la simpatia della vittima, fingendo timidezza e remissività che contribuivano ad abbattere definitivamente le possibili barriere autoprotettive delle donne. Una volta che le stesse salivano sulla sua autovettura, iniziava la violenza, con un colpo alla testa teso a tramortirle. La morte era preceduta dalla violenza sessuale, che poteva a volte essere portata avanti dopo il decesso della vittima. Gli episodi di cui fu protagonista, iniziarono ben presto ad intersecarsi con quelli di cui era contemporaneamente protagonista un altro serial killer, Zodiac. Nonostante la polizia fosse riuscita a sapere molte cose di lui, Bundy riuscì comunque in questa fase a sfuggire all’arresto, grazie al suo trasferimento nello Utah, motivato dagli studi. Le sue attività criminali furono peraltro accompagnate da quelle di volontariato cui Bundy si sottoponeva, probabilmente per cercare di camuffarsi al meglio. Intanto, la scia di morte si allargava anche a Utah, Colorado e Idaho. Quando la polizia si decise ad emettere un identikit, fu proprio Elizabeth Kloepfer, che ancora frequentava, a riscontrare l’impressionante somiglianza con lui, mettendola infine sulle sue tracce.

I tratti somatici, il possesso del maggiolino bianco e altri riscontri, indirizzarono finalmente le forze dell’ordine su Bundy, permettendone l’arresto nellagosto del 1975, nei pressi di Salt Lake City. Nella sua auto furono trovati armi, manette, guanti, passamontagna, guanti e cacciaviti. Inoltre la perquisizione nel suo appartamento portò al reperimento delle istantanee scattate alle vittime. Messo in prigione, Bundy riuscì però a scappare da una finestra rimasta aperta, per dare vita alla sua ultima efferata impresa, nel 1977. Arrivato in Florida, affittò un alloggio vicino al campus universitario, trovandosi anche un lavoro. Stavolta la sua furia fu indescrivibile, causata probabilmente da un crollo psicotico, In una sola notte riuscì ad uccidere e violentare due studentesse, ferendone gravemente altre tre. Qualche giorno più tardi cercò di rapire una ragazzina quattordicenne, per fortuna senza riuscirci, per poi completare l’opera con Kimberly Ann Leach, la sua ultima vittima. Il 9 febbraio del 1978 finalmente la polizia lo fermò e nel successivo processo Bundy pretese di difendersi da solo. La sua corsa era però arrivata finalmente all’epilogo.

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