BIG FISH/ La favola di Tim Burton dove l’uomo “sogna” se stesso

Sempre in bilico tra realtà e fantasia, il film di Tim Burton del 2004 può costituire un “tuffo estivo” nel genere fantasy. Da gustare più volte, come ci spiega ERICA DAL MAS

29.07.2015 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

Con l’avvento dell’estate e l’ardente desiderio di tuffarsi nel mare vero e proprio, ecco un vecchio film di genere fantasy, degno di nota, che può anticipare le tanto sospirate vacanze: Big Fish (premiato con quattro Golden Globe, regia di Tim Burton, anno 2004). Sempre in bilico tra realtà e fantasia, la storia inizia con una dissolvenza in apertura: i raggi del sole che, penetrando la superficie cristallina del fiume, colpiscono un grande pesce blu, la bestia. Ma se non fosse un semplice pesce? Se fosse la reincarnazione di un ladro risalente a sessant’anni fa? Allora bisogna attirarla con la cosa che brama di più al mondo: l’oro. 

In un’inquadratura a pelo d’acqua, inizia così la prima delle metafore avventurose che costellano la mente di Edward Bloom (interpretato da Ewan McGregor), il matrimonio: «Il modo migliore per catturare una donna è quello di offrirle una fede nuziale. Infatti, nasce un figlio, il quale, mentre tutti ammirano il genio creativo di suo padre, è talmente stufo di sentire le sue storie che vuole, almeno per una volta, conoscere la verità. Solo quando starà per morire, il protagonista, divenuto ormai anziano (interpretato da Albert Finney) si fonderà con il mito e suo figlio accetterà questa particolare e interessante unione come ultima volontà del padre. 

A partire da qui, si espliciterà tra spettatore e film lo stesso rapporto di un lettore con il suo romanzo preferito: entrambi sanno che l’intreccio è pura finzione, nonostante ciò, accettano di immergersi in un mondo sconosciuto, per provare l’ebbrezza di ritrovare se stessi nell’immedesimazione. La fantasia diventa, dunque, lo specchio splendente della verità su chi siamo veramente. Nel caso di questo film, la realtà è solo una porta che conduce lo spettatore nella visita delle meraviglie dell’immaginazione: il recupero della fede, le ombre cinesi, la porta di una casa in rovina, saranno il mezzo attraverso cui il sogno diventa una porzione più penetrante e soggettiva di realtà. 

In Alabama, quindi, un gruppo di ragazzi incontra, per il gusto dell’avventura, la strega con l’occhio di vetro in grado di prevedere come avverrà la morte di qualsiasi essere umano. Ciò è disorientante per tutti, ma Edward Bloom sorride: una volta compresa la propria impotenza davanti all’inevitabile, ecco che la vita, come sua estrema risorsa, ci mostra i colori accesi dell’illusione che si concretizza pienamente. Nel rapporto tra padre e figlio, le soggettive della loro litigata si scontrano con i piani-sequenza dell’ultimo dialogo; emerge, così, che William Bloom (interpretato da Billy Crudup) non concepisce la storia del padre costellata da frammenti di verità: il silenzio della sua scrittura razionale si scontra con la tortuosa storia a voce di Edward Bloom che include la città di Spectre, inquadrata con campi lunghi e le scarpe dei suoi abitanti appese al soffitto, la dimora del famoso poeta Norther Winslow (interpretato da Steve Buscemi) e l’incontro, in prospettiva forzata con enormi dettagli, di un misterioso gigante buono chiamato Karl (interpretato da Matthew McGrory). 

Nella realtà, però, Edward si immerge più di una volta nella vasca da bagno: ha sempre sete e la condivide con l’amore della sua vita, donna-pesce e moglie di nome Sandra Templeton (interpretata da Jessica Lange). Anche gli altri personaggi si evolvono in questo modo: l’aggressivo uomo-lupo Calloway, datore di lavoro del protagonista (interpretato da Danny De Vito), risulta essere una bestia buona ma sola e maleducata, la bambina che ruba le scarpe, chiamata Jenny Beaman, diventa una donna e infine la famosa strega, già citata precedentemente (interpretata da Helena Bonham Carter). Intanto, Edward Bloom, ricco agente di commercio, compra l’intera città dei suoi sogni, caduta in bancarotta, rimettendola a nuovo con i soldi di chi aveva aiutato e arricchito. Ma tutto questo si riduce a essere solo una favola, la realtà autentica per lui era costituita dalla sua famiglia. 

La morte del padre, l’unica storia che il figlio non sa, finalmente, sta per compiersi, così William la inventa riportandosi con la mente al fiume. Edward, dopo una rocambolesca fuga dall’ospedale, saluta tutti i suoi familiari e compagni di avventura nella metamorfosi trionfale in un grosso pesce, diventato tale perché, a causa della sua grazia e velocità, non si è mai lasciato catturare. 

In una miscela di creature fantastiche, più simili al vero di quanto si pensi, e di paesaggi reali diventati parte integrante dell’immaginazione, grazie all’utilizzo di effetti speciali pratici, questo film particolarmente emozionante e bellissimo, merita di essere visto più volte per venire compreso fino in fondo. Esso, infatti, introduce lo spettatore, perso tra un’ironica quotidianità americana e i personaggi inconsciamente perfetti della favola, in una nuova dimensione: la leggenda colorata e immortale dell’uomo che si identifica nel formidabile sogno di se stesso. 

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