STORIE PAZZESCHE/ Il film “a racconti” unito dalla satira sociale

- Emanuele Rauco

Il film di Damiàn Szifròn è stato capace di conquistare il Festival di Cannes e di sfiorare l’Oscar come miglior film straniero. La recensione di EMANUELE RAUCO

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Una scena del film

Come spesso accade, il Festival di Cannes ci ha visto lungo. Prendere una commedia argentina di un esordiente e portarla in concorso poteva essere il modo per affossarla, tra i nomi di Xavier Dolan e Jean Luc Godard. Eppure le risate acide di Damiàn Szifròn hanno conquistato prima la Croisette, poi il resto del mondo diventando un film di culto e arrivando a un passo dal premio Oscar come miglior film straniero. Ecco perché con l’uscita in home video vi proponiamo di recuperarlo.

Storie pazzesche è un film a episodi che ha come filo comune la misantropia umana e il tentativo di liberarsi dalle rabbie represse: i passeggeri di un aereo scoprono tutti misteriosamente di conoscersi l’uno con l’altro attraverso un uomo di nome Pasternak; la cameriera di un ristorante riconosce l’usuraio che rovinò la sua famiglia; due uomini si sfidano insensatamente lungo una strada; un uomo deve combattere contro una multa ingiusta; un ragazzo benestante investe una donna e la sua famiglia prova a nascondere il fatto; alla festa di nozze, la moglie scopre l’amante del marito, invitata alla festa. 

Scritto dallo stesso Szifròn e prodotto da Pedro Almodòvar, Storie pazzesche è una piccola antologia di racconti grotteschi e sulfurei, che paiono nati dalla mente di un Alex de la Iglèsia (regista spagnolo che esordì anch’egli sotto l’egida di Almodòvar) intento a rileggere gli episodi di Ai confini della realtà in chiave però di satira sociale.

Il metodo è lo stesso: uno spunto comune, legato allo stress e alla rabbia quotidiana e comune, alle oppressioni sociali e civili che non sfociano nella politica diretta, ma la costeggiano – come nell’episodio Bombetta, possibile manifesto grillino d’Argentina – che dalla banalità dell’assunto assume sfumature sempre più assurde e deliranti a forza di colpi di scena comici o grotteschi. Violenza, sangue, lati oscuri della personalità umana che Szìfron maneggia con cattiveria quasi surreale per portare a unirsi risata acre e ritratto comunitario e collettivo, un ritratto in toni pessimisti e ironici. 

chiaro che in sei episodi il livello sia diseguale e si va da un paio di gioielli assoluti, come l’episodio che pare il remake di Duel o ancora, il Bombetta ormai cult – per non parlare del folgorante prologo – ad altri meno riusciti se non inutili (come il ristorante o la festa di nozze), ma è un problema secondario rispetto alla capacità di Szìfron di costruire un ritmo spesso inarrestabile, implacabile, nell’assecondare una logica cinematografica che non dà scampo allo spettatore e che sa superare la barzelletta grazie all’intelligenza dell’osservatore. 

Senza poi negare i meriti di un cast notevolissimo (come spesso accade in Argentina): se Ricardo Darìn è semplicemente il miglior attore argentino vivente, gli tengono degnamente testa quasi tutti, da Leonardo Sbaraglia a Nancy Duplàa, fino agli attori secondari, segno di un regista che sa che il diavolo sta nei dettagli e e che vuole seguire un cinema scomodo eppure appagante. In attesa di ulteriori conferme.

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