VIA DALLA PAZZA FOLLA/ Un film messo a rischio dagli “stereotipi”

Il film di Thomas Vinterberg è una buona combinazione tra il cinema contemporaneo e il romanzo ottocentesco. Ma presenta un rischio. La recensione di ERICA DAL MAS

21.09.2015 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

La realizzazione di sé per Bathsheeba Everdene (interpretata da Carey Mulligan) si configura come il fuggire lontano da legami e pretese che si fanno avanti con ingenuità, ma senza alcun rispetto per la propria identità, nell’epoca vittoriana. La sua vita è un insieme di scelte, passioni tumultuose e allo stesso tempo delicate, dove la differenza tra bene e male non è solo frutto di un imperativo morale o della convenzione sociale. Un particolare connubio tra tragedia e sentimenti, schietto umorismo e fascino della semplicità naturale è il film Via dalla pazza folla (regia di Thomas Vinterberg), dove questa storia d’amore sembra assurgere a una dimensione epica e i personaggi, tratti dall’omonimo romanzo di Thomas Hardy, prendono vita grazie alla loro tenacia, il loro coraggio e spirito di sacrificio. 

Bathsheba, infatti, bellissima ragazza di campagna, orfana e inizialmente povera, si trova a dover gestire da sola la fattoria di suo zio, ricevuta in eredità. In qualità di capo-donna sarà oggetto di molti pregiudizi in un mondo dominato dagli uomini, ma arriverà comunque a vivere in buone condizioni economiche. Questo però, suo malgrado, la rende un’esca perfetta per la cosa che più cercava di evitare: tre corteggiatori diversi che tentano invano di sposarla, offrendole ciò di cui, all’apparenza, ogni donna ha bisogno (stabilità, sicurezza di una possibile famiglia e protezione), come ingredienti prestabiliti di un dolce abilmente preparato. 

Il primo è il pastore Gabriel Oak (interpretato da Mathias Schoenaerts), il secondo è il ricco possidente di nome William Boldwood (interpretato da Michael Sheen), il terzo pretendente invece è il sergente e abile soldato Frank Troy (interpretato da Tom Sturridge). Una volta legata a lui, Bathsheba, a dispetto della sua forte e indipendente personalità, scopre le sue fragilità, quando cerca invano di comprendere l’aggressività di Frank verso di lei o quando egli ritrova la sua amata perduta, Fanny Robin (interpretata da Juno Temple). 

Everdene, intraprendente, orgogliosa, rigorosa, buona, ma ostinata e gli altri personaggi riusciranno ad affrontare il complesso dramma della propria vita grazie alla loro autenticità fatta di sguardi profondi e vulnerabili, inquadrature di dettagli, dal petto, alle labbra, agli occhi, le cui emozioni o si trasformano in commozione o nella verità dello specchio di se stessi: nel caso di Bathsheba solo il rispetto e l’amore di Gabriel verso di lei riuscirà a penetrare l’essenza della sua anima, oltre “l’armatura” dell’indipendenza. 

Il contributo di tutti i personaggi nello svelare la personalità di Bathsheba, l’umanità che si abbandona totalmente all’universo e ai ritmi della natura con i suoi animali selvaggi e fragili, l’incidenza della luce e dei colori vibranti di vita per un forte impatto visivo, sottolineato dal suono struggente del violino, i costumi che denotano in particolar modo la maturazione della protagonista, rendono questo film molto innovativo. 

La sua regia, infatti, ha saputo trasformare tale storia d’amore in una particolare combinazione tra il cinema contemporaneo e il romanzo ottocentesco grazie alla potente e imprevedibile azione del destino. Nonostante questo, però, il mio giudizio risulta essere negativo perché in tale contesto, la tematica dell’indipendenza femminile, come il “quadrilatero amoroso”, rischia di venire ridotta a un superficiale stereotipo filmico.

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