JOY/ La “spinta” della famiglia in un film sul sogno americano

Partendo da una storia vera, il film di David O. Russell con Jennifer Lawrence disegna il paradigma del self-made man e del sogno americano. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

29.01.2016 - Maria Luisa Bellucci
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Una scena del film

Joy è una giovane donna bella, sola e che ha momentaneamente smesso di sognare. Bella perché sì, la bionda Jennifer Lawrence che presta il volto alla protagonista le regala una freschezza affascinante anche nei momenti di maggiore fatica. È, poi, senza dubbio sola nel mandare avanti tutto, nonostante la famiglia non molto numerosa ma ingombrante che le occupa rumorosamente le giornate. Infine, i casi della vita le hanno sottratto con uno sgambetto sogni e futuro. Ma, è fondamentale dirlo, solo temporaneamente. Con un significativo colpo di reni, Joy inverte la direzione che stava percorrendo e, combattendo contro mille ostacoli, inizia un lungo percorso che la porterà alla realizzazione di sè e dei suoi desideri e, inaspettatamete, al successo.

Il cinema americano regala al suo pubblico un altro film in cui disegna il paradigma del self-made man e del sogno americano, andando ad attingere ancora una volta dalla vita reale. Joy, infatti, è Joy Mangano, famosa per aver inventato un mocio pulisci pavimenti rivoluzionario che migliorò le giornate di molte donne. Questa è la anche la Joy del film, che, a dispetto del nome che porta, è spesso fredda e rassegnata, impegnata com’è a tenere in piedi la sua folle e grottesca famiglia. Con una madre perennemente sintonizzata sulla sua soap opera preferita e un padre che, all’ennesima relazione fallita, torna a casa da Joy, creando non pochi problemi di convivenza con l’ex moglie. Poi c’è il marito, dopo anni ancora convinto di poter sfondare nel mondo della musica, e una sorella che ha completamente dimenticato il senso fraterno.

Per fortuna c’è sua nonna, che è memoria e coscienza di Joy. Allora, quando era solo una bambina, come adesso, che è una donna. È passione e amore, riconoscenza e slancio verso il futuro. La storia di Joy e il modo in cui si è deciso di raccontarla mettono luce su un punto fondamentale. La famiglia, l’accoglienza che essa regala ai propri figli dovrebbe essere la spinta – per questi figli – verso la ricerca del meglio di sè. Non sempre, però, ciò che è la cosa giusta in termini assoluti è anche la situazione piu favorevole in cui trovarsi. La necessità, spesso, è la miccia che accende il desiderio di andare oltre. Senza la passione, l’energia, la determinazione e l’amore, però, nessun sogno è destinato ad avere una possibilità.

Per Joy è un urlo silenzioso, il bisogno di scrollarsi di dosso il misero destino che altri avevano in serbo per lei. È l’urgenza di affermare i propri desideri, recuperando quel preciso istante dell’infanzia in cui tutto sembra naturalmente possibile. La nonna glielo aveva detto. Sarebbe diventata la matrona di casa. Aveva ragione. E la forza di Joy sta nel fatto che, nonostante il successo, ha continuato a tenere stretti a sé tutti i suoi folli parenti.

È impossibile criticare la storia. Quel che disturba è l’espressività sempre uguale e imperturbabile di Joy/Lawrence. Neppure quando ormai è una donna realizzata Joy ha il viso rilassato. Lo sguardo sempre vago, distaccato e disincantato ci fa chiedere quale sia l’evoluzione narrativa del suo personaggio, unica nota veramente negativa del film.

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