IL PONTE DELLE SPIE/ Il film “politico” che invita a spalancare le porte

- Giuseppe Emmolo

Il nuovo film di Steven Spielberg, con protagonista Tom Hanks, è ambientato ai tempi della Guerra fredda. Ma per GIUSEPPE EMMOLO è decisamente attuale e contiene un importante invito

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Una scena del film

Un film ben fatto, della durata di 140 minuti che volano via. Il ponte delle spie è narrativo, semplice e istruttivo. E che attori! Dall’inglese Mark Rylance (Abel, la spia), con i suoi giochi di sguardi, a Tom Hanks (Donovan, l’avvocato); che dire della regia di Spielberg, che è sempre una garanzia? La ricostruzione degli anni ’50 sia in esterni che con i numerosi piani americani è impeccabile. Si osserva la tipica semplicità d’oltreoceano che riduce a macchiette sia i sovietici che la Stasi, la polizia segreta della Ddr, e fa degli americani i “buoni” rispetto all’orso comunista, benché l’immagine della Cia non ne esca bene. 

Il film è ambientato al tempo della Guerra fredda, nella fase detta della “coesistenza pacifica”: siamo a New York e a Berlino, a pochi anni dalla morte di Stalin e a ridosso degli anni in cui per ordine di Kruscev si va costruendo il Muro di Berlino (nel 1961).

La trama è presto detta. Un pittore, Abel, è una spia russa, ma viene scoperta. Donovan, avvocato assegnatogli d’ufficio, riesce a non fargli dare la sedia elettrica. L’abilità porterà Donovan a essere designato dalla Cia a trattare con i sovietici per uno scambio di spie. 

Il film fa riferimento a un episodio realmente accaduto: un aereo spia Usa venne abbattuto su suolo russo nel maggio 1960. Il fatto fece scalpore al punto che Kruscev, che avrebbe dovuto presiedere un summit sulla crisi berlinese (due milioni di tedeschi si trasferirono dal settore est di Berlino a quello ovest dal ’52 al ’60), disertò l’appuntamento. La storia dello spionaggio del Secondo dopoguerra è un campo di ricerca storica ancora aperto, fitto di misteri che non sono stati ancora chiariti del tutto. Per avere un’idea di quanto il ruolo delle spie fosse determinante già in piena Seconda guerra mondiale basti pensare all’Operazione Barbarossa, il piano nazista di invasione dell’Unione Sovietica. Stalin non si curò dell’invasione che le spie davano imminente, a fronte di decine di rapporti e messaggi cifrati recapitati al Comitato Centrale del Pcus; la cosa non gli pareva verosimile, dati i buoni rapporti commerciali e lo scambio d’ armi con il Reich (la strage di Katyn, in cui 15 mila ufficiali polacchi perirono, venne fatta con armi tedesche acquistate dai russi). 

Il filone dei grandi thriller si innesta qui in un frangente storico tanto drammatico – perché è costato la vita a tanti agenti che sono spariti nel nulla (nei modi più impensabili) – quanto decisivo per le sorti di quella sciagurata Guerra fredda (Usa-Urss) durante la quale il mondo per decenni è rimasto col fiato sospeso, temendo di precipitare in un conflitto termonucleare che l’avrebbe portato all’autodistruzione. 

I bambini, che nelle scuole americane alla fine degli anni ’50, avrebbero dovuto vivere e crescere gioiosi, venivano tirati su con la paura, la stessa, volendo fare una non casuale analogia, dei bambini giapponesi che a scuola venivano “preparati” a terremoti e tsunami. “La bomba atomica esplode a 10 mila piedi d’altezza, papà…”, dirà il figlio di Donovan al padre, dopo una lezione a scuola. 

Nella pellicola emergono i tipici valori della famiglia americana, la Costituzione, il garantismo del sistema giudiziario. E per queste cose il film sarebbe scontato. Ma c’è qualcosa di più e di diverso, c’è il senso della persona, anche se a onore del vero bisognerebbe chiamarlo il senso dell’individuo, che Spielberg volutamente e visibilmente esalta come elemento che rende la civiltà occidentale superiore allo spirito collettivista sovietico. Un valore – il senso dell’individuo – che tuttavia nella cultura americana degli anni ’60 sappiamo bene si rivelerà debole, perché una società di massa atomizzata facilmente è manipolabile dal potere mediatico, dagli intrighi e dagli scandali: e così avverrà con la guerra del Vietnam, gli assassini dei Kennedy, il Watergate, la Cia… 

Per il cinismo con cui viene descritto lo spionaggio, non importa se della Cia o del Kgb, questo film è di grande attualità: un cinismo che non è poi tanto diverso da quello che ogni giorno noi vediamo nel teatrino della nostra classe politica. Si diventa cinici quando una classe politica si chiude in sé, quando diventa una casta o non crede più che le ragioni del potere possano trovare una composizione con quelle della vita del popolo e della buona politica. La Cia è sempre stata al servizio del potere, ora dei repubblicani ora dei democratici, ma non del popolo. Laddove la Cia avrebbe voluto un semplice scambio di spie, prima che la brutalità dei metodi del Kgb piegassero la resistenza del proprio pilota-spia inducendolo a parlare, Donovan si fa risoluto pur di ottenere nello scambio anche un giovane studente americano, nel frattempo sequestrato dalla polizia segreta tedesca. 

Politico è chi non censura le ragioni dell’uomo in nome delle ragioni del potere, chi sa tenere entrambi senza sacrificare il bene comune. Il pittore-spia Abel arriverà ad apprezzare in Donovan non solo l’abilità professionale ma soprattutto questa qualità umana, oggi diventata merce rara in politica cioè l’umana interezza, l’esser tutto d’un pezzo. Entrambi Jim e Abel – nel colpo di scena finale – sono ben consapevoli delle ragioni del potere (Cia, Stasi e Kgb), ma non rinunciano a priori alle ragioni della vita, anche quando sembra impossibile perseguirle. Per un certo potere non è mai tempo di essere umani, appunto quando esso non riconosce niente al di sopra di se stesso, finendo per contrabbandare il proprio cinismo per realismo. Non sarebbe altrimenti spiegabile l’ombra d’angoscia che attraversa il volto di Donovan mentre tornando felice e contento a casa si accorge dal finestrino del treno che dei giovani stanno scavalcando delle recinzioni metalliche… un dettaglio non banale che ripropone la scena del Muro di Berlino! Come a chiedersi: anche se abbiamo salvato delle vite, si può ugualmente esser contenti quando nel mondo da qualche parte si vanno edificando muri su muri e si impedisce agli uomini, ai popoli, nella fattispecie storica, ai tedeschi dell’est, di ricongiungersi e vivere in unità? Vi si può leggere un monito a creare ponti anziché muri, a non blindare ma a spalancare porte.

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