LA VERITÀ NEGATA/ Il film dove la parola ha il sopravvento sull’azione

Il film di Mick Jackson, basato sulla storia versa di Deborah Lipstadt e sul suo libro pubblicato nel 2005 è un puro legal thriller, spiega MARIA LUISA BELLUCCI nella sua recensione

21.11.2016 - Maria Luisa Bellucci
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Una scena del film

La dottoressa Deborah Lipstadt è una stimata accademica di origine ebrea alla vigilia della pubblicazione del suo ultimo libro sull’Olocausto. Contro di lei si scaglia con violenza lo scrittore David Irving, conosciuto per le sue teorie negazioniste verso il drammatico sterminio voluto e ordinato da Hitler. Irving, definito antisemita dall’accademica, accusa di diffamazione – fino a portarla in tribunale – la Lipsatdt e la casa editrice del libro da lei firmato. Si apre, così, un contenzioso legale che, iniziato nel 1996, si conclude nel 2000 con un processo che ristabilisce l’ordine della Storia. 

La verità negata, del regista Mick Jackson, si basa sulla vera storia di Deborah Lipstadt e del libro che essa pubblicò nel 2005 – “Denial: Holocaust History On Trial” – in cui la scrittrice racconta le vicende processuali che la videro realmente impegnata contro Irving. Quel che stupisce – e che coglie di sorpresa – è che il cuore nevralgico della narrazione non è l’Olocausto, bensì il contenzioso legale tra Irving e la Lipstadt nato proprio attorno alla negazione/difesa di questo evento storico e la conseguente riaffermazione di esso. Lo sterminio del popolo ebraico resta quasi marginale, diventando tristemente protagonista della scena solo in alcune immagini girate ad Auschwitz nelle quali la scrittrice e uno dei suoi legali conducono un viaggio fra i luoghi del campo di sterminio per individuare alcune prove tangibili dell’avvenuto massacro. Il punto di maggiore forza su cui fa leva Irving, infatti, è proprio l’assenza di documenti che testimonino, tra le tante cose, la presenza di camere a gas e di simili luoghi di morte.

Il momento in cui la Lipstadt e il suo avvocato camminano per il campo di sterminio è l’unica sequenza del film emotivamente forte. E anche qui la necessità di restare ancorati ai dati storici, senza lasciarsi trascinare da quel silenzio colmo di dolorosi ricordi, abbassa la forza e il tono drammatico delle immagini.

Concordemente con uno stile pacato nell’intensità, la narrazione procede lentamente e scandita dai passaggi che costruiscono la difesa con cui la Lipstadt vola a Londra per rigettare le accuse di Irving e per ribadire la fondatezza storica dello sterminio del popolo ebraico. Perché di fatto La verità negata è un puro legal trhiller in cui la parola, sia essa scritta o parlata, prende il sopravvento sull’azione. 

Così anche nei personaggi, all’energia vitale della scrittrice, intimamente sconvolta dall’irragionevolezza e dall’infondatezza della teoria di Irving, si contrappone il carattere pacato e dedito alla concentrazione dei due avvocati londinesi. Uno, Antony Julius, è totalmente focalizzato sulla costruzione della difesa. L’altro, il singolare avvocato Rampton, usa la sua abilità e sensibilità per affermare l’incrollabile certezza dell’esistenza dell’Olocausto.

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