Interceptor – Il guerriero della strada/ Il film post-apocalittico tra Clint Eastwood e Omero

DARIO ZARAMELLA chiude la sua serie di articoli sui film del 1981 con il secondo capitolo della saga di Mad Max, diventato in breve tempo un vero e proprio cult

12.12.2016 - Dario Zaramella
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Una scena del film

La nostra serie di articoli dedicata ai film usciti all’inizio degli anni ’80 si conclude con il secondo capitolo della trilogia (ora quadrilogia) di Mad Max, ovvero “Interceptor” da noi. Un film di culto, visivamente impattante anche oggi, che ha saputo unire il fascino muto di un protagonista “a la Clint Eastwood” a un intreccio che deve molto a Omero e all’epica greca, seppur in chiave postmoderna e parodistica. 

Se si prende per buona la regola secondo cui il secondo capitolo di una trilogia è quasi sempre il migliore, il secondo film della trilogia di “Interceptor” (“Mad Max” in originale, divenuto recentemente quadrilogia con l’eccelso “Fury Road”) può essere considerato l’emblema di questa tendenza. Il prequel, uscito l’anno prima in Italia, aveva dalla sua un’ambientazione affascinante ma poco sfruttata, mentre “Il guerriero della strada” cambia completamente formula e, pur mantenendo alcuni punti fissi (il protagonista Max e la sua auto, l’Interceptor; l’ambientazione steampunk post-apocalittica) riesce a stravolgere completamente la struttura e a conficcarsi indelebilmente nel cuore dei fan, che a loro volta ne hanno determinato la nomea di “cult”.

La trama è semplice e archetipica: in un mondo post-apocalittico, in cui le risorse sono scarse, l’automobile è l’unico mezzo di trasporto, e la benzina vale più dell’oro. Max (Mel Gibson) si ritrova per caso in una fortezza assediata da una banda di predoni, costretto a risolvere lo stallo per riavere la propria macchina. Si sviluppa così un intreccio che può essere considerato a tutti gli effetti una rilettura in chiave steampunk dell’Iliade omerica, in cui il leggendario rapsodo canta l’assedio di Troia e le gesta degli schieramenti contrapposti. 

Anche i personaggi ricalcano quelli mitici, ma lo fanno con una potenza visiva di segno diametralmente opposto: tanto nobili e scintillanti erano gli eroi omerici quanto sporchi, eccentrici e squilibrati sono i personaggi di George Miller. Armature di latta, creste colorate e vetture scalcinate sono le cifre stilistiche dell’intera saga, presenti nel prequel e qui spinte fino a diventare, grazie all’entusiasmo dei fan, un vero e proprio fenomeno di costume (per farsi un’idea dell’influenza popolare di Mad Max basti pensare al manga giapponese “Ken il guerriero”, che dal film saccheggia atmosfere e stile visivo). 

In questo miscuglio pop di influenze e idee, il protagonista non può non ricordare il Clint Eastwood della cosiddetta “trilogia del dollaro”: come il personaggio creato da Sergio Leone, anche Max è un antieroe ambiguo e di poche parole, interessato più al proprio tornaconto personale – recuperare l’automobile, in questo caso – che non a riportare ordine in un mondo ormai in rovina. 

L’ambientazione australiana – è lì che il film è stato prodotto e girato – conferisce alla pellicola quell’atmosfera brulla e desolata da western all’italiana, ma su scala ben maggiore, e contribuisce a dare nuova linfa vitale al genere post-apocalittico (che negli anni ’80 vedrà una forte rinascita). Al tempo stesso, Miller ha sperimentato una narrazione che ricorda l’epica classica in un rovesciamento parodistico, prima di spostarsi verso tinte più fiabesche con il sequel (“Mad Max: oltre la sfera del tuono”) e con il recente “Mad Max: Fury Road”, invece, verso l’azione più pura e rumorosa.

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