ATTACCO AL POTERE 2/ Azione e terrorismo in un film “senza cervello”

- Ilenia Provenzi

Il film di Babak Najafi mostra una battaglia tra terrorismo internazionale e un uomo della Casa Bianca. Tuttavia ha diversi limiti, spiega ILENIA PROVENZI nella sua recensione

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Una scena del film

L’Occidente è di nuovo in pericolo. I terroristi islamici hanno preparato un attacco su scala mondiale, infiltrandosi nei canali ufficiali: polizia, politica, sistemi di sicurezza. Dopo avere avvelenato il Primo Ministro inglese, approfittano dei solenni funerali di Stato per eliminare tutti i capi politici presenti all’evento, colpendo al cuore la capitale britannica. L’unico sopravvissuto è il presidente degli Stati Uniti, Benjamin Asher (Aaron Eckhart), salvato dal suo responsabile della sicurezza Mike Banning (Gerard Butler), che lo conduce in una folle corsa verso l’aeroporto, dove è prevista un’operazione di recupero. I terroristi, però, arrivano prima di loro e abbattono l’elicottero, costringendoli a una fuga attraverso una Londra deserta e ferita, alla ricerca di un rifugio. Ma di chi ci si può fidare, quando i nemici sono ovunque?

Il piano machiavellico architettato dal trafficante d’armi più ricercato del mondo nasce dal suo desiderio di vendetta, dopo che un drone ha ucciso la sua sposa durante il matrimonio. Avevamo già assistito a un attacco massiccio alla Casa Bianca nel precedente Attacco al potere – Olympus Has Fallen, fallito grazie all’eroica impresa di Banning. Ovviamente, anche questa volta il presidente sarà salvato in extremis, dopo mille peripezie che di credibile hanno davvero poco.

Il film di Babak Najafi rivela molto in fretta i suoi (gravi) difetti. Gli sceneggiatori, senza particolari sforzi di originalità, costruiscono una trama prevedibile in cui manca il giusto equilibrio tra azione e riflessione, c’è pochissimo spazio per le dinamiche private (la moglie di Mike segue la vicenda davanti al televisore, muta, a pochi giorni dal parto) e la divisione bene/male è così netta da fare paura. Mike procede sparando e uccidendo senza tregua, presentandosi come il difensore della libertà quando, in realtà, non agisce in modo molto diverso dai nemici. Risponde a tortura con tortura, ad aggressione con aggressione, fisica e verbale.

Se si pensa a film come The Peacemaker, dove le sfumature e la riflessione sul terrorismo rendevano interessante e coinvolgente la trama, ci si rende conto che in Attacco al potere manca la volontà di rielaborare e riflettere, prima di mostrare. In questo momento non abbiamo bisogno di manicheismo, né di film che finiscono per assomigliare a crudeli videogame in cui si procede a colpi di pistola lanciandosi in vuoti discorsi sulla libertà. Perfino la tensione finisce per latitare, perché la storia è costruita in modo piatto e tutt’altro che credibile, senza reali colpi di scena. Come abbiano potuto pensare di raccontare una storia così aggressiva, in cui la tolleranza non è contemplata e la violenza è così calcata da risultare insopportabile, è un mistero.

A livello umano, le relazioni tra i personaggi sono appena accennate. Solo al rapporto di amicizia tra Mike e il presidente è dedicato un certo spazio: i due si scambiano confidenze, battute e promesse mentre fuggono, sparano, rischiano di morire a ogni passo. Ma c’è poco da ridere, perché la pellicola trasuda una retorica patriottica imbarazzante che non aiuta certo a riflettere. 

In conclusione, un film evitabile, che nulla di nuovo aggiunge al genere di appartenenza; anzi, il rischio è di usare un tema delicato e pericoloso come quello del terrorismo per sfogare sentimenti negativi, senza approfondire il contesto, né favorire una corretta riflessione.



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