L’ETÀ D’ORO/ Il “manifesto d’amore” per il cinema

Il film di Emanuela Piovano ricorda uno dei capolavori del surrealista Luis Buñuel, ma è in realtà un manifesto di amore verso il cinema, spiega DARIO ZARAMELLA nella sua recensione

14.04.2016 - Dario Zaramella
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Una scena del film

In un piccolo paesino della Puglia, Arabella (Laura Morante) ha dedicato la sua vita al restauro di un piccolo cinema all’aperto, l’Arena, dove proiettare i film più svariati. Lei si è donata totalmente al cinema sin dalla giovinezza, a differenza del figlio Sid (Dil Gabriele Dell’Aiera), che ora, a distanza di anni, torna alle radici da cui è fuggito. A contatto con i suoi ricordi, Sid è costretto a scendere a patti con le molte facce della madre e con uno stuolo di figure della sua infanzia, tutte votate, a differenza sua, a portare avanti il sogno di Arabella.

L’età d’oro, che già dal titolo ricorda uno dei capolavori del surrealista Luis Buñuel, è in realtà un manifesto di amore verso il cinema che la regista Emanuela Piovano (Le rose blu, Le stelle inquiete) dedica ad Annabella Miscuglio, documentarista italiana in prima linea per l’impegno femminista. 

Nell’interpretazione di Laura Morante, sicuramente la più intensa del film, la regista ha voluto inserire aspetti contraddittori: c’è la madre sofferente e la giovane sessantottina, l’amica e la maestra, tutti aspetti raccolti e tenuti assieme da una strabordante passione per il cinema “di una volta”, quello fatto di riprese amatoriali e pellicole da 8mm. E il figlio, che ha tagliato i ponti con le bizzarre ed eccentriche figure della sua infanzia, è costretto a fare i conti con tutte le sfaccettature della donna, filtrate attraverso il medium cinematografico. 

È un film corale, in cui ogni personaggio porta un tassello del grande mosaico che è Arabella. Dal fratello alla giovane tesista, dal proiezionista agli stessi ricordi del figlio, lo spettatore ricostruisce scena dopo scena una porzione della storia dell’Arena. Ma L’età d’oro non è un giallo, né ci si avvicina se non per il topos dell’ambiguità che circonda il personaggio principale; il film della Piovano punta invece tutto sul sentimentalismo e, nonostante non manchino alcuni dialoghi capaci di illuminare gli occhi a chi il cinema lo ama più come fonte di vita che come arte asettica, l’intera pellicola viaggia su un binario a sé, senza mai eccellere né sul piano drammatico, né su quello del puro e semplice interesse per quello che accadrà. Siamo in una sorta di limbo, ma cionondimeno è piacevole, sia per chi ama la settima arte che per chi cerca una storia dal sapore drammatico, lasciarsi trasportare dall’atmosfera nostalgica che Piovano ha saputo creare nel suo personalissimo Amarcord

Interessante, poi, è il finale. Rimanendo coerente con la propria idea di film celebrativo (della donna, sì, ma principalmente della settima arte), la regista rinuncia alla classica catarsi riconciliatrice tanto cara ai drammi nostrani, e chiude invece con un finale “aperto” che richiama i primi minuti del film. Se la scrittura lascia aperti molti interrogativi e un certo senso di insoddisfazione, insomma, è pur vero che in un panorama come quello del cinema italiano odierno un film come L’età d’oro spicca per autenticità e genuina voglia di celebrare l’age d’or del cinema.

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