LE CONFESSIONI/ Il film coraggioso frenato dalle “zavorre”

Le Confessioni, il film di Roberto Andò, ha un non comune sguardo sull’attualità, ma si dimentica di premere l’acceleratore fino in fondo, spiega DARIO ZARAMELLA nella sua recensione

25.04.2016 - Dario Zaramella
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Una scena del film

In un lussuoso hotel della Germania, il direttore del Fondo monetario internazionale Daniel Roché (Daniel Auteuil) ha convocato un G-8 dei ministri dell’Economia per proporre una manovra segreta di uscita da una crisi che lui stesso definisce “apocalittica”. Curiosamente, al meeting vengono invitate anche tre personalità che poco hanno a che fare con l’economia: una rockstar impegnata per i diritti umani (Johan Heldenberg), una scrittrice di libri per l’infanzia (Connie Nielsen) e un monaco italiano (Toni Servillo). Proprio quest’ultimo, di nome Roberto Salus, sarà al centro del ciclone quando un evento drammatico minaccerà di gettare non solo il meeting, ma l’intera economia mondiale nel caos. 

Per il suo ultimo film il regista Roberto Andò sceglie di servirsi di un cast internazionale, essenziale per rispettare la pluralità di volti e nazioni presenti al G-8. Si va così dal giapponese Togo Igawa alla canadese Marie-Josee Croze, fino ad arrivare a Pierfrancesco Favino nei panni del ministro italiano. Non tutti i personaggi hanno lo stesso peso – il ministro giapponese pronuncia una sola battuta, quello russo è pressoché inesistente, ecc. – ma, nel complesso, il regista si barcamena tra individualità diverse e stereotipi con un discreto equilibrio. 

Il fulcro del film è però il contrasto, dualistico e sempre più accentuato, tra gli economisti e il religioso, tra due modi di pensare opposti e inconciliabili. Sin dal titolo, che rimanda al filosofo Agostino, il film dà largo spazio ai dialoghi, alle “confessioni” di gente che ha abbandonato ogni scrupolo, annichilendo – chi più chi meno – la propria coscienza. Per questi motivi Le Confessioni è anche e soprattutto un film politico. 

Nello scontro tra economisti e uomo di fede Andò prende sin da subito le parti del monaco, dipingendo i potenti riuniti al congresso come esseri loschi, aridi, tutt’al più ingenui. Solo Salus e la scrittrice Claire – guarda caso due “umanisti” – emergono come personaggi totalmente positivi, proprio nella misura in cui si allontanano da quel consesso di tecnocrati a cui inspiegabilmente sono stati invitati. 

I dialoghi dovrebbero essere il punto forte del film, ma Andò unisce una discreta scrittura e riferimenti alla situazione economica attuale a un’eccessiva semplificazione della psicologia di alcuni personaggi. Non sono di certo i tocchi di simbolismo, né l’insistente orgoglio campanilistico che si respira a rendere pesante il film, quanto la sgradevole sensazione che il regista butti via momenti di genuina tensione per propinarci l’immancabile morale finale. 

Coraggiosamente a metà tra il film di genere – si avvertono echi di Hitchcock, e la situazione ricorda non poco il capolavoro di Agatha Christie, “Dieci Piccoli Indiani” – e il cosiddetto cinema d’autore, Le Confessioni non riesce però a cogliere né la profondità del secondo, né tantomeno la suspense tipica del giallo. È un film riuscito a metà, con trovate interessanti e un non comune sguardo sull’attualità, ma si dimentica di premere l’acceleratore fino in fondo. 

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