HEIDI/ Il film che “riscrive” i romanzi (e il cartone degli anni 70)

Il film di Alain Gsponer ripercorre ancora una volta la storia di Heidi, già al centro di romanzi, film e anche di una serie animata degli anni ’70. La recensione di ERICA DAL MAS

04.04.2016 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

Un’aquila che con il rallenty del suo volo si staglia nel cielo limpido e sereno, l’orfanella protagonista di nome Heidi (Anuk Steffen) che con la sua mano accarezza in dettaglio le spighe, i fiori, l’erba, immortalando con il suo sguardo incantato la bellezza imponente e pura dei monti, una capretta che le funge da cuscino per la notte e una farfalla multicolore che si posa delicatamente sul piede paralizzato della sua amica Klara Sesemann (Isabelle Ottmann) rappresentano la “voce” della natura che, superando l’adattamento svizzero degli anni ’50, classico della cinematografia tedesca del dopoguerra, l’interpretazione di Shirley Temple e la popolare serie televisiva degli anni ’70 realizzata da Hayao Myazaki con l’accompagnamento dalla canzone “Ti sorridono i monti” di Gitti ed Erika, unisce il paesaggio idilliaco montano ai romanzi senza tempo di Johanna Spyri in una nuova versione del film Heidi (regia di Alain Gsponer), passando per il povero e contraddittorio contesto storico-sociale della Svizzera del XIX secolo. 

Date queste premesse, si ripercorre ancora una volta la storia di Heidi, raccontata dal suo punto di vista. Rimasta senza genitori e abbandonata da zia Dete (Anna Schintz), trascorre i giorni più felici della sua infanzia con il nonno Almöhi (Bruno Ganz), un anziano signore molto burbero che vive isolato da tutti in una baita sulle montagne svizzere. Qui, nonostante la riluttanza iniziale del vecchio montanaro, la bambina si riscopre libera di saltare e giocare, immediatamente accolta dai campi lunghi di un paesaggio mozzafiato, e decide di occuparsi delle capre insieme al suo amico Peter (Quirin Agrippi). 

Ma la musica in tonalità minore e delicata, scritta da Niki Reiser, di questa epoca spensierata si interrompe bruscamente quando la zia Dete, avendo trovato un buon impiego a Francoforte, decide di portare Heidi via con sé, contro la volontà del nonno. L’idea è di farla vivere con la famiglia del ricco signor Sesemann (Maxim Mehmet) e di farla diventare una compagna di giochi per Klara, sua figlia, bloccata in una sedia a rotelle. Allo stesso tempo Heidi potrà imparare a leggere e a scrivere sotto la supervisione della governante, la signorina Rottenmeier (Katharina Schuttler). 

Nonostante le due ragazzine diventino subito amiche, la nostalgia di casa si fa ogni giorno più forte e la fisicità di un realismo senza sconti rivela allo spettatore un dramma sociale che racchiude dentro di sé molti temi rimasti immutati nel corso del tempo fino a oggi, se privati della loro idealità: il senso di alienazione nel mondo moderno tra città e campagna, la libertà, il desiderio di una casa, la famiglia sempre più fragile e incompleta, l’amicizia, l’amore e la realizzazione di se stessi. Il film però resta molto bello da vedere per la presenza di personaggi dalla forte carica emotiva e ambivalente personalità. 

L’unica nota negativa è che, secondo me, la leggendaria severità della signorina Rottenmeier viene inglobata dal signor Sesemann, tanto premuroso nell’assecondare la fragilità e la malattia di Klara, quanto sorprendentemente duro ed egoista nell’abbandonarla più volte come figlia. Ma nel film, a differenza dei romanzi, la natura, con la sua “miracolosa” spontaneità, insegna ai personaggi l’importanza di recuperare il rapporto con lei e di ritrovare l’equilibrio perduto, continuando a scrivere la propria storia con il sorriso, senza dimenticarne le preziose radici.

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