Festival di cannes 2016/ I, Daniel Blake e gli altri premi all’insegna delle “sorprese”

Ken Loach, regista inglese della “working class” vince la Palma d’oro di Cannes 2016 come miglior film con il suo I, Daniel Blake. Ecco tutti i vincitori. di EMANUELE RAUCO

23.05.2016 - Emanuele Rauco
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Ken Loach

Gusto della sorpresa o gusto della politica al cinema? Forse tutte e due hanno mosso la giuria guidata da George Miller (tra i membri Valeria Golino) nello stilare il palmares della 69^ edizione del festival di Cannes. A vincere la Palma d’oro infatti un titolo che non veniva dato tra i favoriti per il premio principale, ovvero I, Daniel Blake, il film del regista di professata fede socialista Ken Loach (alla seconda Palma d’oro dopo quella per Il vento che accarezza l’erba) che racconta la vita agra di due persone a contatto con il welfare e la burocrazia del nuovo stato conservatore inglese. Un film doloroso e vitale, come la working class del Regno Unito, scritto con grande cura e passione, diretto con rigore e interpretato con forza.

Insomma un bel film, ma lontano dai picchi più alti di un’edizione che ha giocato sul sicuro con un gruppo di autori affermati ma con film non sempre all’altezza della loro fama (i fratelli Dardenne su tutti, ma non solo), qualche imprevista sorpresa (Aquarius con la ritrovata Sonia Braga) e alcuni registi emergenti alle presi con film che hanno sanamente diviso il dibattito (come i bellissimi The Neon Demon di Refn e American Honey di Arnold).

Il gran premio della giuria è stato vinto dall’enfant prodige della Croisette, il canadese Xavier Dolan che dopo il premio della giuria per il precedente Mommy, vince il secondo premio del festival con Juste la fin du monde, la storia di una famiglia che cerca di comunicare e di un figlio che vorrebbe annunciare la propria morte imminente: viscerale e cinematograficamente molto intelligente.

Sorprendenti anche i premi per gli attori: per l’interpretazione femminile è stata premiata a Jaclyn Jose, protagonista di Ma’ Rosa del filippino Brillante Mendoza, mentre per quella maschile il protagonista di The Salesman dell’iraniano Asghar Farhadi, Shahab Hosseini. Il film iraniano ha vinto anche il premio della sceneggiatura, ma prima della cerimonia i bookmaker lo davano tra i favoriti per il premio principale.

A vincere il premio per la miglior regia sono stati due registi ex-aequo: Olivier Assayas (altra sorpresa del palmares) per il contestato ma affascinante Personal Shopper e Cristian Mungiu per Bacalaureat, prova interessante ma lontana dalla riuscita di film come 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni o Oltre le colline, in cui la regia è forse il punto debole proprio del film. Si chiude con il premio della giuria ad American Honey, viaggio nell’America profonda attraverso gli occhi di una ragazza difficile e dell’ambiente che la circonda.

A ben guardare quindi la politica c’entra, forse, come la voglia di parlare della realtà e del mondo attraverso l’arte, ma non manca anche la voglie di guardare e premiare sguardi se non nuovi perlomeno un po’ diversi, non sempre allineati. E’ la grandezza del cinema e l’assoluta opinabilità dei suoi giudizi e lasciti storici. 

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