1997: FUGA DA NEW YORK/ Il film che porta un nuovo tipo di “eroe” al cinema

Il film di John Carpenter si presenta come un thriller costruito come un horror, che non si dedica all’azione e con un protagonista piuttosto particolare. La recensione di DARIO ZARAMELLA

08.08.2016 - Dario Zaramella
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Una scena del film

Il quarto film della rassegna è una vera e propria icona dell’inizio degli anni ’80, diretta da un maestro come John Carpenter. Jena Plissken è un uomo d’azione, burbero e astuto, con un forte senso di giustizia personale, e il film che lo vede protagonista rende a lui giustizia situandosi nell’impalpabile limbo tra azione e avventura, tra atmosfera e critica sociale. 

Nel 1988 il tasso di criminalità degli Stati Uniti raggiunge il 400%. Per tentare di arginare il problema, il governo trasforma il quartiere più conosciuto di New York, Manhattan, in un’immensa prigione a cielo aperto. Un muro di cinta invalicabile circonda l’isola, e al di là l’esercito pronto ad aprire il fuoco. 

Il quinto film di John Carpenter è ambientato proprio a New York, in un fittizio 1997. L’aereo del presidente degli Stati Uniti viene dirottato e precipita nel cuore di Manhattan, portando con sé un nastro capace di ristabilire l’ordine mondiale grazie a un non ben definito progetto atomico. Al governo non resta che incaricare Jena Plissken (“Snake” in originale, interpretato da Kurt Russel), un leggendario criminale, di infiltrarsi a Manhattan e recuperare il presidente: solo così potrà espiare i propri crimini e, cosa più importante, avere salva la vita. 

Dopo aver dimostrato di essere un maestro non solo dell’orrore, ma anche del thriller (è suo Halloween, acclamatissimo slasher-horror, ma anche il thriller d’ispirazione western Distretto 13) non c’è da meravigliarsi se con 1997: Fuga da New York John Carpenter firma l’ennesima pietra miliare del genere – l’action in questo caso, anche se arricchito con elementi di fantascienza distopica e thriller. 

La formula alla base di 1997 è tanto semplice quanto efficace: un conto alla rovescia (24 ore) entro il quale completare la missione, un protagonista iconico e di poche parole, una pseudo-società criminale che scimmiotta le gerarchie presenti “al di fuori”, e che risponde al temutissimo “Duca di New York”. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, però, Carpenter non indugia mai nell’azione fine a se stessa, preferendo come suo solito una solida atmosfera a un’elaborata sparatoria. Il risultato è un thriller costruito come un horror, che si dipana tra le macerie di una Manhattan un tempo splendente – il World Trade Center, Broadway, la Statua della libertà, simboli di opulenza e prestigio – e ora ridotta a covo di pazzi, topi e criminali. 

Carpenter non ha mai fatto mistero della forte vena politica e anti-americana dei suoi film. Senza scomodare La Cosa, magistrale allegoria del detto “homo homini lupus” in chiave horror, lo stesso Fuga da New York mostra un presidente degli Stati Uniti ridicolizzato, poco più che un fantoccio, e un commissario di polizia (Hauk, interpretato dal leoniano Lee Van Cleef) disposto a tutto pur di recuperare il nastro. Anche a servirsi di Jena come sacrificabilissima carne da macello. In quest’ottica il twist finale – poco più che una beffa, ma dal forte valore simbolico – racchiude in pochi secondi il cuore dell’autorialità di Carpenter. 

Per chiudere la lista di pregi di un film che ha fatto la storia non si possono non citare tutti quegli elementi – dalla colonna sonora ai costumi alle scenografie – che testimoniano una cura maniacale per il particolare e per la creazione dell’atmosfera. Il 1981, come vedremo, è anche l’anno in cui esce Interceptor, film australiano con cui1997 condivide il gusto visivo per lo steampunk e la rappresentazione di una società fatiscente e corrotta fino all’osso, in cui gli “eroi” non sono altro che uomini mossi da interessi privati, ricatti o volontà di affermazione. 

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