L’ULULATO/ La “deriva” dell’horror anni ’80 nel film sui lupi mannari

Il film di Joe Dante e uno dei due dedicati nel 1981 alla figura del lupo mannaro. E, spiega DARIO ZARAMELLA, segna un cambiamento importante nel modo di intendere l’orrore al cinema

16.09.2016 - Dario Zaramella
Ululato_film
Una scena del film

Il settimo appuntamento con la rubrica estiva, così come sarà l’ottavo, è dedicato a una delle figure cardine dell’horror mondiale, il “lupo mannaro”, che nel 1981 vede ben due pellicole a lui dedicate a pochi mesi di distanza. Oggi è il turno de L’ululato di Joe Dante, una frenetica e corale rivisitazione del mito licantropico partorita dal “padre” dei Gremlins. 

Se dovessimo dargli un’etichetta, il 1981 è sicuramente l’anno in cui i lupi mannari fanno furore al cinema. Grazie ai progressi della tecnologia e all’esplorazione di nuove tecniche di make up cinematografico, Joe Dante (così come il collega John Landis, di cui si parlerà successivamente) si sono imbarcati in una sfida che all’epoca aveva del prodigioso: realizzare una trasformazione da uomo a lupo mannaro senza stacchi di montaggio. Senza “trucchi” visibili, in pratica. E se il risultato è nel film di Landis fenomenale, stupefacente anche ai giorni nostri, L’ululato si difende bene mostrando una trasformazione completa in diretta tv. 

La trama del film vede Karen (Dee Wallace), una presentatrice televisiva, recarsi con il marito in una colonia di montagna per riprendersi da un grave shock. La donna, infatti, aveva fatto da esca per la cattura di un assassino seriale, e in seguito all’uccisione dello stesso aveva iniziato a soffrire di incubi notturni. Purtroppo per lei, la colonia nasconde molto più di quanto non sembri, ed è proprio lì che l’orrore inizierà a svelarsi. 

Dopo un esordio promettente ma altalenante (due film in dieci anni), Dante dà vita a L’ululato pochi mesi prima che Landis faccia uscire il suo capolavoro. A parte la trasformazione, però, e l’evidente affinità tematica, i due film non potrebbero essere più diversi come tono, struttura, ambientazione. Il film di Dante si apre infatti con un inseguimento tra i vicoli della città, salvo poi spostarsi all’interno di una comunità più ristretta nascosta tra i monti. Dante non ha mai rinunciato a mettere in scena le piccole comunità, che si tratti del paese innevato di Gremlins o l’isolato de L’erba del vicino; anche quando ci si sposta nelle grandi città, la macchina da presa del regista non suggerisce mai l’idea di una vastità incontrollabile, preferendo concentrarsi su un gruppo di personaggi definito da personalità più o meno caricaturali, relazioni, modi di fare. E se nella commedia o nell’avventura questo genera al tempo stesso identificazione e familiarità con i personaggi, in un horror come L’ululato la protagonista è intrappolata in un microcosmo chiuso e claustrofobico, con il soffio della minaccia costantemente puntato sul suo collo. E con lei lo spettatore.

Benché non regga il confronto con l’opera eccelsa del collega Landis, di cui tratterò più ampiamente in futuro e che mescola sapientemente humour e dramma, licantropia e citazionismo, L’ululato si piazza immediatamente al secondo posto, segnando la deriva dell’horror all’inizio degli anni ’80. È un modo di intendere l’orrore lontano dalla seriosità anni ’70 di un Bava o un Argento, e più vicino, guarda caso, al contemporaneo Sam Raimi. Pur non risparmiandosi in fatto di crudeltà e cattiveria – si passa dal calmo al sanguinario con una velocità disarmante, anticipando in questo pellicole come Gremlins -, il film ha un approccio alla violenza esagerato, quasi caricaturale ma mai banalizzato. Ed è questo a rendere il secondo horror di Dante una spanna sopra ad altre variazioni sul tema. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori