I MAGNIFICI 7/ Il western “trasformato” in blockbuster stile supereroi

- Emanuele Rauco

Antoine Fuqua realizza un remake del film di John Sturges, a sua volta riproposizione de I sette samurai di Akira Kurosawa. La recensione di EMANUELE RAUCO

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Una scena del film

In pochi ormai credono al western come luogo di racconto cinematografico. I residui western che vengono realizzati di solito sono pretesti per rileggere una mitologia – o più mitologie – già consolidate, immaginari da reinventare con ironia post-moderna e non più modi per parlare dell’uomo e del mondo. Non fa eccezione I magnifici 7 di Antoine Fuqua, che almeno sceglie di agire su un preciso campo d’azione, quello del classico di John Sturges del 1960 di cui è il remake (e che lo era a sua volta di I sette samurai di Akira Kurosawa).

Trama praticamente identica all’originale: una cittadina funestata dal potere di un proprietario delle miniere, che vuole espropriare le case degli abitanti, assolda un gruppo di giustizieri per ristabilire equità e giustizia. Lo scontro sarà ovviamente all’ultimo sangue. Differenze principali con il vecchio film: rappresentante dei cittadini è una donna – la bellissima Haley Bennett -, e il cast dei sette è multietnico. 

Richard Wenk e Nic Pizzolatto scrivono questo western d’impostazione convenzionale in cui più che costruire una narrazione attraverso le immagini, sbozzare personaggi e inventare situazioni di avventura e pericolo si cerca di riposizionare il classico film del far west all’interno di codici cinematografici più contemporanei, come a verificare se la formula possa adattarsi ai nostri tempi. 

Fuqua utilizza quindi canoni del blockbuster attuale per adattarli alla cornice western e nel frattempo, senza dimenticare la militanza nel cinema d’impronta afro-americana (Training Day, Brooklyn’s Finest), realizza un film che è al contempo cinema pop-corn di spettacolo, ritmo e violenza e anche ritratto arrabbiato dell’America contemporanea, in preda all’affarismo incontrollato e alla gestione privatistica del potere pubblico e, soprattutto, delle forze dell’ordine. 

I personaggi quindi si adeguano al progetto produttivo, sono funzioni più che caratteri e agiscono sullo spettatore come un western “ai tempi degli Avengers” (Giona Nazzaro), ma al tempo stesso definiscono una contemporanea visione del rapporto tra bene e male che di sicuro ha una presa forte sul pubblico: il regista non ha il talento o la perizia artigianale (rispettivamente) dei predecessori, ma conosce gli archetipi e i tempi del cinema mainstream e realizza una macchina che funziona a dovere. 

Diverte, dosa lo spettacolo, cura gli attori (dai protagonisti Denzel Washington e Chris Pratt ai secondari a nessuno manca il suo spazio e tutti hanno il dono di una battuta folgorante: proprio come nei film supereroici moderni), sa trasportare gli spettatori in quel mondo infantile dove l’azione era il campo per tifare contro i cattivi, anche a patto di accettare carrettate di violenza. Da Yul Brinner e Toshiro Mifune a Tom Mix: un passo indietro? Forse, ma un passo che non delude. 

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