PASSENGERS/ Il film “spaziale” con una riflessione sul nostro essere

- Claudia Cabrini

Il film di Morten Tyldum è una nuova pellicola ambientata nello spazio, con una spiccata e molto interessante riflessione che parte dal titolo, spiega CLAUDIA CABRINI nella sua recensione

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Una scena del film

Dell’accoppiata Lawrence-Pratt non si fidava nessuno. Si dubitava della loro bravura di coppia sul grande schermo e maliziosamente si credeva il tutto fosse architettato con uno scopo soltanto: quello dello sbancare i botteghini. Tuttavia Passengers, nuovo film interspaziale sulla solitudine di una coppia nello spazio, per la firma registica di Morten Tyldum, si svela al pubblico come il frutto di un omaggio all’esperienza nello spazio, dando un briciolo di speranza in più in quella che potrebbe essere una futura colonizzazione su un altro pianeta.

Il tutto ha inizio da una navicella spaziale, la Avalon per l’esattezza, dedita al trasporto di circa 5.000 passeggeri sul nuovo pianeta Homestead 2. Il viaggio è possibile grazie a un coma farmaceutico anche detto lungo sonno criogenico, che mantiene inalterate le funzioni corporee compresa quella dell’invecchiamento. Ovviamente l’imprevisto: qualcosa sembra non funzionare al primo risveglio di Jim, che quindi si ritrova in anticipo di 90 anni. Da qui, la domanda file rouge di tutto il racconto: cosa fare in questi 90 anni?

Passengers rappresenta sicuramente il sogno utopistico, e forse un po’ più americano, della conquista dello spazio, ma dalla sua – c’è da dirlo – si percepisce altresì una volontà di riparo alle falle di precedenti film fantascientifici duramente criticati dal pubblico come Gravity o Interstellar. Anche per questo Passengers si basa quindi su costruzioni scientifiche reali, come quelle progettate dalla Nasa che prevedono proprio una tecnologia capace di indurre l’essere umano in uno stato di ibernazione. Ciò che l’abile Tyldum aggiunge è una cosa soltanto: la mancanza di invecchiamento e una funzionalità senza limiti di tempo – sempre un buon compromesso sfruttato al punto giusto per permettere allo spettatore di immedesimarsi in ciò che vede senza semplicemente credere sia tutto frutto di un telone verde dedito alla ricreazione in post-produzione di scenari galattici.

Quasi il richiamo a un viaggio da astronauta, Passengers è un film avventuroso e romantico, divertente e anche sexy, con una buona costruzione di dialogo e una trama che intreccia personaggi e psicologie capaci di lasciare lo spettatore attratto dal grande schermo e dall’inizio alla fine. Il punto forte del film peraltro è uno: mette in scena il sogno di tutti noi, scoprire cosa c’è oltre ciò che è consentito conoscere. 

L’incipit del racconto, in particolar modo, spiega l’universo come una forza attrattiva che inevitabilmente interessa ognuno. Quasi una crociera a cinque stelle con un panorama mozzafiato, e con una spiccata e molto interessante riflessione che dal titolo richiama anche l’ending story. Una riflessione sulla vita e su quel termine, “passengers”. Siamo davvero passeggeri di questa vita senza mai riuscirne a divenire reali protagonisti? Oppure siamo passeggeri sulla terra, o invece non lo siamo che nello spazio?

La giusta tenerezza e anche la giusta riflessione sul nostro essere, ovunque siamo. Un niente in confronto all’immensità dell’universo e la relatività del tempo.

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