COLLATERAL BEAUTY/ L’occasione persa del film su dolore e speranza

- Lucia Devescovi

Il film di David Frankel, spiega LUCIA DEVESCOVI, risponde bene al suo essere strappalacrime, presentando tuttavia risposte insufficienti e sproporzionate a domande grandi

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Una scena del film

Nel film Collateral Beauty, l’universo risponde, attraverso Morte, Amore e Tempo al dolore di un pubblicitario distrutto dalla perdita della figlia, in tenera età. Howard (Will Smith) perde l’entusiasmo e la voglia di vivere, trascinando nel suo vortice di disperazione e di follia anche la fortunata impresa che dirige con gli amici Whit (Edward Norton), Claire (Kate Winslet) e Simon (Michael Pena). Da qui l’idea dei tre di intervenire drasticamente ingaggiando degli attori sconosciuti che impersonino le entità a cui Howard ha spedito delle rancorose e disperate lettere. Morte, Tempo e Amore fanno così visita al protagonista, uno dopo l’altro, nella speranza che egli superi il dolore, o almeno sia dichiarato incapace di occuparsi della sua azienda, ormai in pasto a compratori.

Collateral Beauty è un misto di dolore e momenti più leggeri, in un ambiente da film di Natale. David Frankel (Il diavolo veste Prada) mette in scena un tema già visto, ma che si scosta dai film incentrati sul dramma della malattia. Accanto alla storia di Howard, infatti, si snodano le vicende degli altri co-protagonisti che si scoprono vulnerabili e pieni di dolore, ognuno in maniera diversa. Un padre che è odiato dalla figlia per via di un divorzio burrascoso, una donna ormai avanti negli anni che ha sacrificato tutto per la carriera e un uomo gravemente malato e prossimo alla morte. I tre amici di Howard capiscono, attraverso i personaggi impersonati dagli attori, che hanno loro stessi ingaggiato, qualcosa di più sulle proprie vite. 

Non c’è che dire, il film risponde bene al suo essere strappalacrime, forse eccessivamente, e presentando risposte insufficienti e sproporzionate a domande così grandi. Tutto sembra rimanere sospeso e poi risolto in maniera forse troppo banale, in una visione piatta della vita. Anche la “Bellezza collaterale” rimane qualcosa di poco analizzato e che alla fine sembra essere fin troppo chiaro ai personaggi, pur nella sua estrema complessità, che sfugge allo spettatore. Insomma, si deve riconoscere la novità dell’analizzare un tema così ostico in maniera diversa dal solito, ma è anche necessario sottolineare il lasciarsi andare a dialoghi quasi filosofici, pieni di luoghi comuni. Troppi, troppi sentimenti in gioco fanno del film un quasi intrattenimento, di stampo teatrale, basato sul dolore. La soluzione di chiusura del film non è da bocciare, anzi quasi sorprende e chiude il quadro della vicenda.

Lo svolgimento non annoia, ma alla fine ci si chiede quale sia mai il messaggio che Collateral Beauty vuole trasmettere, quale il senso del dolore e della speranza. Il potenziale del cast e della storia poteva essere sfruttato di più. Così urta, e non poco, la sensibilità di chi guarda che in un batter d’occhio si ritroverà con gli occhi lucidi o se non altro con una grande angoscia.

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