Prigioniere a Sirte/ Le mogli degli jihadisti dell’Isis in Libia: “il Califfato ci ha ingannate” (Le Iene)

- Fabio Belli

Prigioniere a Sirte, il dramma delle mogli degli jihadisti. A Le Iene Show Luigi Pelazza torna in Libia per parlare delle donne che a causa dei mariti terroristi sono prive di ogni diritto

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Terroristi islamici, foto LaPresse

Le Iene Show tornano ad occuparsi della condizione delle mogli dei sospettati o condannati per jihadismo. Vengono rinchiuse in prigione con i propri figli anche se non c’è la certezza che fossero a conoscenza dei crimini commessi dai mariti o se abbiano effettivamente collaborato all’attività terroristica. Un argomento del quale si è occupato il Time of India, che ha pubblicato recentemente un articolo su Nour al-Huda, una ventenne libanese madre di un bambino di cinque anni e incinta. I jihadisti in ritirata per l’avanzata americana in Siria lasciano quasi sempre spose e figli per sfuggire alla cattura. Arrestate contro la loro volontà, non possono riabbracciare le loro famiglie. Per loro tornare a casa è difficile, quasi impossibile. La maggior parte di loro raccontano una storia simile: il Califfato non era quello che pensavano. Prive di documenti, si ritrovano in una sorta di “limbo” su cui stanno facendo luce anche Le Iene Show. (agg. di Silvana Palazzo)

QUALE DESTINO PER LORO?

La Iena Luigi Pelazza è tornato in Libia, nella prigione di Sirte, per cercare di approfondire il tema dei sospettati di terrorismo che vengono rinchiusi in condizioni che spesso negano gli elementari diritti umani. Nel primo reportage Pelazza aveva approfondito la condizione delle mogli dei sospettati o dei condannati per Jihadismo, che vengono rinchiuse in prigione assieme ai loro figli. Questo senza sapere se fossero ignare di ciò che facevano i mariti, o se avessero effettivamente anche loro collaborato all’attività terroristica. Pelazza si è messo in contatto con diverse donne di origine tunisina nel carcere di Sirte, intervistandole e mettendo a nudo la loro disperazione, spiegando come fossero proprio le autorità del loro paese a non permettere il rientro dalla Libia. Una situazione complicata che le associazioni per i diritti umanitari denunciano ormai da diverso tempo, ma che non si riesce a risolvere anche perché la priorità della lotta al terrorismo rende lecita ogni metodologia di carcerazione in Libia.

LA DISPERAZIONE DELLE FAMIGLIE

Nel secondo reportage realizzato per Le Iene, Luigi Pelazza si reca a parlare con le famiglie di queste donne incarcerate nella prigione di Sirte, genitori che non riescono a mettersi in contatto da mesi e mesi con le loro figlie nonostante le ripetute richieste alle autorità competenti. Addirittura, molti genitori sono diventati nonni perché le figlie hanno partorito in carcere, ma non hanno mai avuto modo neanche di avvicinarsi per poter vedere i propri nipoti. La Libia è molto rigida nella detenzione delle mogli dei responsabili di attività terroristica, d’altronde la rappresaglia sulle famiglie viene considerata una sorta di potente deterrente per dissuadere dalla radicalizzazione il maggior numero possibile di giovani. Anche le famiglie delle donne prigioniere a Sirte hanno lanciato diversi appelli anche alle autorità internazionali, ma nonostante l’interessamento di associazioni come Amnesty International, difficilmente le donne in carcere a Sirte vedranno la fine del loro tunnel in tempi brevi. 



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