NON C’È CAMPO/ La “presunzione” sui giovani nel film di Moccia

- Luca Brambilla

Il nuovo film di Federico Moccia parte da un’idea interessante, ma sembra descrivere i ragazzi in un modo troppo legato a stereotipi e schemi banali, dice LUCA BRAMBILLA

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Una scena del film

Non c’è campo, l’ultimo film di Federico Moccia, parte da un’idea interessante: verificare cosa accadrebbe se dei giovani fossero improvvisamente scollegati dal mondo dei social. Ecco quindi che lo spettatore si trova a guardare una sorta di esperimento sociale in cui la professoressa Laura, che ha il volto di Vanessa Incontrada, ha portato la sua classe che si sta preparando alla maturità in un paesello della Puglia in gita per una settimana a seguire gli insegnamenti del noto artista Gualtiero Martelli, interpretato da Corrado Fortuna. Appena arrivati nel piccolo borgo dove dovranno soggiornare, i ragazzi scoprono la “tragica” realtà: non c’è campo! Partono reazioni isteriche, pianti, litigate tra compagni finché i ragazzi non si rassegnano alla dura realtà e iniziano a stare tra di loro parlando faccia a faccia. 

È a questo punto che dovrebbe aumentare l’attenzione dello spettatore per la curiosità della riscoperta del rapporto umano ed è invece in quel momento che il film inizia un’inesorabile percorso verso la mediocrità. Si è costretti a vedere rapporti tra fidanzati banali, improvvisi tradimenti e amicizie che fanno ricordare le peggiori puntate di “Beautiful”.  Personalmente non mi risulta nemmeno semplice identificare un filo conduttore della trama perché la storia è orchestrata come una concatenazione di sketch con troppi co-protagonisti e nessuna storia che abbia la dignità di essere messa al centro della narrazione. Rimangono quindi monchi dei rapporti tra alcuni ragazzi che vengono rappresentati all’inizio, ma di cui poi non si sa lo svolgimento e altri errori sull’organizzazione dei dialoghi che meriterebbero un “sei politico”, giusto per rimanere in tema scuola.

Quello che squalifica il film purtroppo è la concezione ridotta che ha il regista dei rapporti e dei desideri dei giovani che lui stesso voleva vedere in azione dopo averli “liberati” dagli smartphone. Chi sta scrivendo è un docente che sa bene, come tanti suoi colleghi, che i ragazzi sono spesso più seri sia sullo studio che nella vita sentimentale di come spesso vengono stereotipati. Ecco questo forse è il punto essenziale: un giovane, se è in gamba e si stima, non può accettare di essere raffigurato come un ebete attaccato a un cellulare che appena si trova senza connessione passa il tempo a tradire amici, a svelare la sua vera identità sessuale, come fa un ragazzo nel film di Moccia dichiarando di amare vestirsi da donna, e mostrando una maturità contorta. La realtà dei giovani d’oggi è, per fortuna, più complessa e più profonda.

Chi si sente identificato totalmente da programmi come “X-Factor” o “Amici”, di cui ci sono rappresentanti nel film, con il classico trucco di acchiappare chi segue quei programmi, si accomodi pure sulla poltroncina per guardare la pellicola, ma non si dica che Federico Moccia svela la verità sui giovani, perché dei ragazzi così “banali” si possono trovare solo nei suoi libri che hanno la stessa caratteristica dei giovani che lui stesso descrive.

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