Assassinio sull’Orient Express/ Star e virtuosismi in un film incapace di brillare

- Roberto Bernocchi

Kenneth Branagh riporta al cinema il classico di Agatha Christie, dirigendo alcuni attori molto noti. Il risultato non è però brillante, spiega ROBERTO BERNOCCHI

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il film giallo in prima serata su Rete 4

Anni ’30. Hercule Poirot è un affermato ispettore di polizia di fama internazionale. Atteso a Londra con urgenza per risolvere uno dei suoi casi, nonostante un impellente bisogno di riposo, troverà posto e ospitalità sull’Orient express, un suggestivo treno di lusso in servizio tra Parigi e Costantinopoli. A bordo Poirot si troverà ad avere a che fare con l’efferato omicidio di un ricco uomo d’affari, pugnalato a ripetizione da un misterioso assassino. Tredici i passeggerei del treno, tutti indiziati, e pronti a dimostrare la propria innocenza dietro a una patina di ambiguità e sospetti. Sarà compito di Poirot scoprire l’assassino e farlo arrestare, prima che colpisca ancora.

Assassinio sull’Orient Express sembra una galleria di star da brivido, unite e devote alla corte di Re Branagh. È questo l’aspetto più rilevante di questo remake che non trova la via maestra. Una moltitudine di sospetti e misteri, vissuti attraverso i volti virtuosi di alcune tra le più grandi star internazionali, guidate da un regista di grande talento. Un’esibizione di virtù che parte già dalla locandina, che provoca il desiderio di correre al cinema a scoprire l’assassino, per quei pochi che non avessero mai incrociato, nella loro lunga o breve vita, il romanzo di Agatha Christie o il film del 1974, visto e rivisto in televisione.

L’opera prima è un piccolo capolavoro letterario che brulica di emozioni che gridano vendetta. Il vecchio film un grande classico del cinema di culto, diretto da Sidney Lumet e interpretato dai grandi dell’epoca, da Sean Connery a Jacqueline Bisset, da Lauren Bacall ad Antony Perkind, da Ingrid Bergman a Vanessa Redgrave. Il nuovo un’esercitazione di stile visivo, valorizzato dalla pellicola a 70mm cinematografici che esaltano la trama e la realtà delle immagini. Un film che può servire, per le nuove generazioni più restie alla fruizione del passato, a riscoprire un bel po’ di genio creativo insuperato.

Oltre a tutto ciò, l’operazione non riesce a mettere in evidenza molti altri aspetti positivi. La riproposta è fedele, coerente, forse doverosa. Branagh omaggia il passato e se stesso, nei panni di un meticoloso e stravagante Poirot, prima divertente e autoironico, poi cupo e più drammatico. Propone il già visto con stile e virtuosismo registico, mostrandoci scenari curati e patinati. Confeziona un film che pare un po’ troppo classico e conservativo. L’intreccio lascia in sospeso, ma non si trasforma mai in vera e propria suspense, i personaggi sono curiosi ma non così seducenti, l’atmosfera è vivace ma spesso coperta di polvere vintage. L’odio, l’invidia, la vendetta vivono in personaggi a tratti macchiettistici, sostenuti dall’innegabile glamour di alcuni, orchestrati dalle domande sospettose di un fiero Branagh che li tiene in pugno, fuori e dentro al film.

Tutto è ovattato nel chiuso di un treno suggestivo, pulsante di dignitoso e vitale orrore. Ragione e calcolo sopravanzano il cuore di un racconto che nasce dalla sofferenza del passato, una sofferenza che fatichiamo a vivere, offuscati da sfuggente manierismo. Un coro di sospetti e sospettati che procede, pigramente, fino all’epilogo straordinario, per meriti altrui.

Un’opera apparentemente scintillante che non riesce a brillare del fascino del passato, né a vincere la sfida di una buona rilettura contemporanea.

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