LA LA LAND/ Il sogno, la promessa e il “Premio Oscar” della vita di ogni uomo

Nel film di Daniel Chazelle, dice LETIZIA SARCHINI, è come se ci trovassimo di fronte a un sogno tradito dall’individualismo e a una promessa che ogni uomo cerca

01.02.2017 - La Redazione
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Una scena del film

Ogni storia ci racconta un frammento di umanità, ci fa vedere il mondo da una prospettiva diversa e sorprendente; La La Land, con i suoi brillanti protagonisti, Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling), ci mette in contatto con la domanda più incisiva di ogni esistenza: cosa vuol dire amarsi? «La La Land» perché è la terra promessa dei sogni infranti, dei desideri irrealizzabili, degli amori passati e di quelli rimpianti; «La La Land» perché l’unica regola, la più importante di tutte, è: non arrendersi mai, restare sempre a un metro da terra, non accontentarsi, vivere e, soprattutto, innamorarsi. È in questa dinamica che si collocano i nostri due protagonisti Mia e Seb: Mia lavora in un bar a Hollywood servendo cappuccini alle star del cinema e sognando di essere attrice; Sebastian lavora in un ristorante come pianista, soddisfacendo i gusti pop del proprietario, ma sognando di suonare il jazz, tramortito da un presente senza memoria. 

Ciascuno di noi, quotidianamente, investe energie, desideri e risorse per ciò che considera il suo sogno: per andare bene a scuola, per costruirsi una casa, per educare i propri figli, per avere qualche soldo o qualche sicurezza; ma nessuno di questi motivi è realmente ciò che ci interessa. La nostra libertà si muove nella storia solo cercando un po’ d’amore, solo aspettando – magari inconsapevolmente o magari drammaticamente – che la vita ci parli e ci dica “Tu vali, tu vivi, tu sei”. Ed è per questo che, dopo essersi sentiti coinvolti nelle molteplici ingiustizie di Mia, tanto da sentirsela amica, sorge spontaneo in noi il desiderio che a un nostro “Forse io non sono brava, forse sono una di quelle che sognano da sempre e basta” (Mia), possa esserci un Seb pronto a risponderci “Si che lo sei. Tu sei brava […] ti puoi scrivere i ruoli da sola. Scrivere cose interessanti come te, senza dover fare provini”. 

Perché ci scopriamo desiderosi di questo? Perché nelle trame nascoste dell’esistenza ciascuno cerca una voce che gli restituisca senso, dignità e forza; e tutta la tristezza di questo mondo, tutta la depressione che a volte aggredisce e sbrana il nostro cuore, sorge proprio dal silenzio di quella voce, dall’assenza di uno che ci abbracci per quello che siamo.

Mia e Seb accompagnano lo spettatore, attraverso un tripudio di musica e colori, ad affacciarsi all’infinito, a toccare il cielo con un dito danzando tra le stelle; tenendosi per mano si incamminano insieme verso il compimento di entrambi, sperimentando che l’amore per l’altro coincide con l’amore per il destino dell’altro. È per questo che sentiamo il cuore lacerarsi quando, nel giro di poco, vediamo spegnersi quella fiamma così ardente e precipitare i due protagonisti nel baratro dell’insoddisfazione, dell’incapacità di rispondere al desiderio di felicità dell’altro.

Lo strappo sembra ricucirsi, quando i due, ritrovatisi per caso anni dopo, si scambiano la meravigliosa promessa del “ti amerò per sempre” avvolti in una natura idillica. Questo, tuttavia, non segna il tanto agognato ricongiungimento del loro amore, bensì ne decreta la fine: nel “sogno” di Mia non c’è spazio per Sebastian. Quest’ultimo, però, fedele alla promessa fattale e, soprattutto, fatta al proprio cuore, continua ad amarla, in disparte, nell’indifferenza del mondo. Cinque anni dopo. Mia è sposata con un altro, ha una figlia ed è su tutti i cartelloni pubblicitari.

“Here’s the ones who dream / Foolish as they may seem 

Here’s to the hearts that ache / Here’s to the mess we make”. Recita una delle canzoni finali.

Sembrerebbe che il sogno che fa da filo conduttore a tutto il film sia stato raggiunto; eppure i grandi occhi di Emma Stone (Mia) tradiscono una tristezza latente, che scava il cuore anche dello spettatore più razionale e che si manifesta in tutta la sua magnificenza nel momento in cui la protagonista entra in un pub con il marito. Dobbiamo precisare che anche Sebastian è riuscito a coronare il sogno di costruirsi un locale tutto suo e che proprio del pub in cui è entrata Mia si tratta. Uno sguardo tra i due è sufficiente per rimettere in gioco tutte le carte in tavola: in un lungo flashback Mia si immagina come sarebbe stata la sua vita insieme a Seb dimenticando, però, che la realtà è un’altra; la sua è la realtà di chi ha percepito un bene nella propria vita, ma lo ha rinnegato nell’abbagliante tentativo di raggiungere la fama e il successo, rincorrendo la falsa promessa del potere, che, seppur mascherata da “sogno”, porta sempre con sé una grande solitudine.

Veniamo accompagnati alla fine del film dagli sguardi di Mia e Seb: di nostalgia (dal greco nostos, ritorno e algos, dolore) lei, di compassione (dal latino cum, insieme e patior, dolore) lui. Così finisce il film, lasciando la sala immersa in un silenzio surreale e il cuore con uno straziante senso di vuoto. Perché?

Per trovare una risposta è necessario andare fino in fondo alla domanda: perché in Mia avvertiamo in maniera lancinante che la verità e l’umanità del rapporto con la persona che si ama sono state annientate? E perché gli occhi colmi d’amore di Seb, alla fine, ci lasciano ammutoliti? Per l’emozione di un finale inaspettato, certo, ma al fondo, penso, anche e soprattutto perché abbiamo percepito che si trattava di noi, di quell’umano e di quell’anelito alla verità che noi stessi siamo, e che tornava a vibrare in noi, a chiedere, a ribellarsi di fronte al meccanismo cieco dell’individualismo. Noi siamo, in fondo, un bisogno che non si acquieta di stare in rapporto con l’altro, con un altro che torni a dirci, e a farci certi, che non smetterà mai di amarci. 

Dopo un film che prodiga il contrario, innalzando l’individualismo a valore fondamentale, a noi cosa resta? A noi resta lo sguardo di Sebastian come una promessa per la nostra vita, una promessa di bene dalla quale siamo attratti perché incredibilmente corrispondente al cuore. Sapremo,  noi, dentro le cose che magari non vanno come vorremmo, attuare questa promessa mettendoci in gioco e riconoscendo quella presenza che, dentro tutto, continua a stare e ad accogliere il nostro cuore? Non è una domanda da poco: educarsi a questo è la vera sfida della vita, è il Premio Oscar per cui tutti siamo chiamati a concorrere. Con le nostre canzoni e con i nostri tormenti.

 

(Letizia Sarchini)

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