GHOST IN THE SHELL/ Il film che si “sacrifica” all’adrenalina

- Ilenia Provenzi

Basato sul manga di Masamune Shiro, il film di Rupert Sanders preferisce puntare sulle sequenze adrenaliniche, lasciando il resto in secondo piano, dice ILENIA PROVENZI

Ghost_Shell
Una scena del film

In un mondo in cui il confine tra macchina ed essere umano si è assottigliato, tanto che è possibile costruire un corpo artificiale e farlo convivere con la mente di una persona, il passato sembra non avere più importanza. Anzi, è di ostacolo. Ma l’uomo si nutre di ricordi, di dubbi, di domande, di sogni e di decisioni; l’uomo ha un’anima. Basato sul manga di Masamune Shiro, Ghost in the Shell ci porta in un futuro inquietante e in una città in cui la natura è scomparsa e dominano costruzioni altissime, strade, auto, luci e robot. 

Siamo a New Port City, in Giappone, dove il Maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson) ha un corpo cibernetico, ma conserva la propria anima. L’unione di umanità e tecnologia la rende un’arma potentissima, che viene sfruttata da un reparto speciale della polizia – la Sezione 9 -per combattere il terrorismo informatico e rintracciare un hacker che si inserisce nei cervelli cibernetici. A gestire la Sezione 9 è la Hanka Robotics, una società che in segreto sperimenta nuovi modi per unire mente umana e corpo artificiale, puntando alla perfezione. 

Il Maggiore accetta di farsi cancellare i pochi ricordi della sua vita precedente, che di tanto in tanto affiorano nella sua mente, ma qualcosa la tormenta. Si pone domande, si interroga sul suo passato e su ciò che fa nel presente. E quando Kuze (Michael Pitt), un terrorista inseguito dalla Sezione 9, le rivela una scioccante verità, il destino di Mira, che scopre di chiamarsi in realtà Motoko e di avere una famiglia ancora viva, prende una piega diversa. 

A cavallo tra fantascienza, azione e distopia, il film di Rupert Sanders (regista di Biancaneve e il Cacciatore) mette in scena un universo inquietante, in cui la metropoli è umida, cupa nonostante l’illuminamento notturno, labirintica e alienante. L’unica zona ancora a dimensione d’uomo è quella in cui vive la madre di Motoko, una donna semplice che offre il tè ai suoi ospiti e conserva il ricordo della figlia in una stanzetta piena di oggetti cari. Peccato che a quest’area emozionale sia dato poco spazio, mentre sarebbe stato interessante esplorare i rapporti tra le due donne e mettere a confronto il passato e il presente. E peccato anche che per interpretare la protagonista non sia stata scelta un’attrice asiatica, che avrebbe dato maggiore coerenza al film.

Visivamente spettacolare, Ghost in the Shell ha una vena poetica e filosofica che si percepisce appena e che, purtroppo, non riesce a emergere come dovrebbe. Si preferisce puntare sulle sequenze adrenaliniche, sul ritmo incalzante, sulle spiegazioni fin troppo chiare e sul fascino delle ambientazioni, lasciando il resto in secondo piano. Tanta azione e poco pensiero, insomma. Il problema è che, in questo modo, si costruisce una confezione tecnologicamente avanzata, ma si dimentica che anche in un film, alla fine, è l’anima – il “ghost in the shell” – a fare la differenza. 

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