ELLE/ I troppi dubbi nel film di Paul Verhoeven

- Roberto Bernocchi

Pur avendo vinto alcuni premi, il nuovo film di Paul Verhoeven, spiega ROBERTO BERNOCCHI, lascia alcuni dubbi e non sembra essere all’altezza di un altro thriller storico del regista

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Una scena del film

Michelle è una donna in carriera nell’industria dei videogiochi. Al comando di un’azienda di successo, spende il suo tempo a costruire giochi tridimensionali animati da mostri, sangue e sensualità. Il suo carattere schietto e direttivo evidenzia dei problemi relazionali con tutto il mondo che le gira attorno, che pare non apprezzarla. Un giorno Michelle viene aggredita e stuprata nel suo appartamento. In un primo momento sembra superare il trauma con discreta indifferenza, fino a quando lo stupratore non si presenterà nuovamente, costruendo con lei un gioco pericoloso e seduttivo dai risvolti inquietanti.

Miglior Film straniero ai Golden Globe, Miglior film francese ai Cesar (premio durante il quale ha raccolto anche il riconoscimento come “Miglior attrice” per Isabelle Huppert), Elle è un film che sorprende, lasciando nello spettatore qualche perplessità. Una cruda e disturbante scena di violenza introduce una storia thriller, che appassiona attraverso meccanismi riusciti di suspense, alla ricerca di un misterioso colpevole che poi tanto misterioso non è. Risolte le domande del thriller, il film continua, esplorando la psiche di una donna complessa e a suo modo fastidiosa. Non stupisce che nessuna attrice americana abbia dato la propria disponibilità per questa pellicola francese che ambiva ad avere nel cast un volto dei blockbuster a stelle e strisce. Non stupisce, visto il ruolo amorale di questa donna, che non fa nulla per meritarsi la simpatia del pubblico e dei personaggi che le ruotano attorno. Ma, col senno di poi, Isabelle Huppert è il vero punto di forza di questo film che, attorno alla sua spocchiosa interpretazione, costruisce una storia di morbosa seduzione, perfettamente nelle corde di Paul Verhoeven. Nome noto ai più per il suo Basic Instinct, thriller scandaloso degli anni ’90, capace di guadagnare l’attenzione delle prime pagine di cinema e di consacrare Sharon Stone tra le stelle sensuali di Hollywood.

La Michelle di Isabelle Huppert è vittima di violenza, ma nessuno se ne preoccupa. Nemmeno lei stessa, che non ne fa denuncia alla polizia. Michelle vive di lavoro, che conduce con la sicurezza e l’arroganza del capo che non piace a nessuno. Pochi amici, molti nemici. Le sue relazioni sentimentali sono complicate: un ex marito, un amante, un ammiratore. Poco amore, molto sesso. Oltre al sesso immaginato e al sesso di facile consumo, nella vita di Michelle trova spazio anche il sesso violento, violato, costretto dal suo persecutore, che porta con sé un piacere masochista e morboso che non sembra dispiacerle più di tanto.

In questo pamphlet sulla sessualità, a Verhoeven sfugge un po’ la mano, trasformando la passione morbosa in grottesca rappresentazione, che spinge a qualche sorriso fuori luogo, che fa perdere valore al messaggio, se un messaggio voleva esserci. Non aiuta, in questo, la presenza di qualche personaggio minore, come il figlio, che fugge dalla realtà riempendosi di goffa inutilità.

Al termine di tutto questo non è chiaro se Elle sia da prendere sul serio. Non è chiaro se sia denuncia o intrattenimento. Se sia dramma o thriller. Se sia esercizio morale o immorale. Chiaro è che, se in passato Basic Instinct ebbe l’eco dei media, giocando con lucida furbizia la carta della provocazione, Elle non sembra oggi esserne all’altezza.

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