GOMORROIDE/ Un film in cerca di un messaggio

I Ditelo Voi sbarcano al cinema con un film di cui curano anche regia e sceneggiatura. La pellicola non pare avere un chiaro messaggio da trasmettere, dice BRUNO ZAMPETTI

06.04.2017 - Bruno Zampetti
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Una scena del film (foto di Laura Gallo)

Non sono mancati negli ultimi anni casi di “sbarco” di comici dalla tv al cinema. E così anche I Ditelo Voi, noti per le loro partecipazioni a “Zelig” e “Made in Sud”, hanno deciso di realizzare un film, Gomorroide, curandone anche sceneggiatura e regia. Come in altri casi, la scelta è stata quella di puntare su dei personaggi piuttosto conosciuti al pubblico: come si evince dal titolo, si tratta dei Gomorroidi, gli pseudo camorristi portati in tv nella trasmissione di Rai Due. La trama non è però incentrata sulle loro vicende, bensì su quelle di Francesco De Fraia, Domenico Manfredi e Raffaele Ferrante, ovvero I Ditelo Voi stessi.

Siamo a Napoli e il trio comico, proprio grazie ai Gomorroidi, ha un successo talmente forte da mettere in crisi la camorra vera: la popolazione, infatti, si fa beffe dei criminali, come se fossero appunto i personaggi interpretati da De Fraia, Manfredi e Ferrante. I tre attori, invece, hanno vite un po’ “sgangherate” e non sono così uniti come si potrebbe pensare. C’è persino chi sogna un futuro da “solista”, senza più il bisogno di condividere il set con qualcuno che non si ritiene alla propria altezza. Un “classico” equivoco (la commedia degli equivoci esiste dalla notte dei tempi) creerà la situazione giusta per far capire ai protagonisti quali siano le cose importanti nella vita, fino al lieto fine.

Lo schema è quindi “collaudato”, non mancano alcune divertenti battute. Tuttavia non si capisce cosa esattamente il trio napoletano voglia trasmettere con il suo film. Non c’è una “denuncia” rispetto al malcostume o anche solo una visione negativa della criminalità. In un primo momento sembrerebbe che la pellicola inviti a farsi beffe della camorra, quasi a dire “Una risata vi seppellirà”; ma poco dopo ci si accorge che non è questo il messaggio. E dunque restano 90 e passa minuti di brevi risate (dove Francesco Paolantoni sembra superare i protagonisti) intervallati da più lunghi periodi in cui ci si chiede non tanto cosa accadrà (la trama non è poi così imprevedibile), quanto quale sia il senso del film.

Forse, più che guardare al contesto di Napoli, della criminalità, bisogna guardare ai rapporti tra i protagonisti. Allora ci si accorge della riflessione sul successo e l’importanza dei legami affettivi e familiari. Su quanto, insomma, sia davvero importante e dia “potere”. Forse più del rispetto e del timore che può incutere un boss.

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