Non è un paese per giovani/ “L’agrodolce” che fa funzionare il film di Veronesi

- Lucia Devescovi

Il film di Giovanni Veronesi mette sotto la lente d’ingrandimento uno dei temi più difficili da dibattere. E il regista mischia e dosa bene dramma e ironia, spiega LUCIA DEVESCOVI

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Una scena del film (foto di Livio Bordone)

La meta scelta è Cuba, i protagonisti due camerieri con una gran foga di essere di più e la colonna sonora, splendida, ha la firma di Giuliano Sangiorgi. Giovanni Veronesi parte da qui nel dire la sua sul tema attualissimo dei giovani italiani costretti a emigrare con il film Non è un paese per giovani.

Sandro e Luciano sono due ragazzi romani incastrati in un lavoro che non permette loro di realizzare le proprie aspirazioni, il primo di diventare giornalista e il secondo di trovare davvero la sua strada. L’idea che potrebbe cambiare tutto viene a Luciano: aprire un bar sul litorale cubano, con tanto di wi-fi, ancora nelle mani del governo. 

I due si ritrovano catapultati in un mondo nuovo dove le loro strade si incrociano con la stramba ma dolce Nora, che si rivela essere incredibilmente preziosa in più di un momento. Il film strizza l’occhio al celebre Non è un paese per vecchi, mettendo sotto la lente d’ingrandimento uno dei temi più difficili da dibattere. Il lavoro parte da una collaborazione del regista con Radio 2 e con giovani studenti e lavoratori italiani all’estero, le cui testimonianze sono raccolte sia nei titoli di testa che di coda. 

Veronesi è in grado di mischiare gli elementi estremamente drammatici della vicenda con una punta di ironia. Accanto allo scivolo pericoloso della disillusione su cui si trovano in bilico i due protagonisti emerge la speranza, una strada che conduca davvero alla crescita. In Luciano si trovano i caratteri di una vera e propria ribellione adolescenziale, che portano con sé tutta l’insoddisfazione e il bisogno di riscatto, oltre le convenzioni sociali che la sua famiglia di intellettuali in parte rappresenta. In un contesto così crudele e drammatico il regista conferma la sua grande abilità e riesce a far trapelare elementi di ironia agrodolce e di quasi tenerezza negli sguardi e nei rapporti. Un esempio è il personaggio di Euro60 (interpretato da Nino Frassica), buffo siciliano emigrato a Cuba molto tempo prima, con cui Sandro entra in dialogo. 

Il film riesce, non c’è che dire. Assume a tratti i connotati di una corsa affannata, di una lotta all’ultimo sangue per sopravvivere al proprio sentimento di smarrimento. Su questo il regista pone l’accento. I due personaggi vivono il dramma a partire dal fatto di essere rifiutati dal Paese d’origine, dove non c’è posto. Ma se da un lato il panorama sembra tetro e senza lieto fine, dall’altro c’è la speranza che rinasce nel riguardare al nostro Paese più che con un addio con un arrivederci.

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