LA TENEREZZA/ Il film di Amelio con un “messaggio” per tutti

- Roberto Bernocchi

Ispirato al romanzo “La tentazione di essere felici”, il film di Gianni Amelio coinvolge tutti, perché di tutti parla, spiega ROBERTO BERNOCCHI nella sua recensione

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Una scena del film (foto di Claudio Iannone)

Lorenzo è un anziano signore di Napoli. Dopo una vita passata nei tribunali, tra cause di incidenti, rimborsi e dubbie prestazioni di avvocato, vive in una elegante casa in centro, lontano dall’affetto dei due figli che sembra voler tenere a dovuta distanza. Solo il piccolo nipotino sembra meritare la sua attenzione, ogni volta che lo ritira da scuola in orario di lezioni, per portarlo per strada a far niente. 

Lorenzo ha scelto volontariamente di isolarsi, anteponendo se stesso e il suo burbero temperamento a ogni altra persona che incontra. Un giorno, tornando a casa, incontra sul pianerottolo Michela, la nuova vicina di casa appena trasferitasi con il marito Fabio e i due figli. Un viso sorridente e una grande cordialità permettono a Michela di introdursi nella vita di Lorenzo con grande positività. Fino a quando un evento tragico non trasformerà la vita apparentemente tranquilla di tutti.

La tenerezza è la storia degli errori quotidiani, dell’umana imperfezione, della paura di non farcela. Un film ben scritto, ben girato e ben interpretato. Amelio, ispirandosi al romanzo “La tentazione di essere felici”, descrive le debolezze dei suoi personaggi, mostrandole dal di fuori, come se interpretasse le domande inespresse di chi li incontra. In ognuno di essi trova spazio un’ansia esistenziale ben dissimulata, che si esprime in una tenera fragilità che grida amore.

Lorenzo è a fine corsa. Per lui è tempo di bilanci, alla fine di una vita professionale controversa e di una vita relazionale che fatica a esprimersi. È un padre che non vuole esserlo, un marito egoista, un nonno irresponsabile. La somma delle sue inadeguatezze lo trasforma in un uomo brusco, scontroso, chiuso. Non vuole nulla, ma ne ha bisogno.

A rompere il suo fiero isolamento è Michela, una solare Micaela Ramazzotti. Pronta al sorriso, ma triste nel profondo dei suoi occhi. Quelli di una madre che deve far tornare i conti, anche se i conti non tornano. La vita per tutti sembra facile. Prosegue ordinaria e senza sbalzi, tra un incontro e un litigio, un sorriso e una porta in faccia. Incurante di ciò che non va ed eroica nel sedare ogni sentimento. Cambiare costa fatica, meglio tirare avanti. Ma gli scheletri abbondano in ogni armadio e la gara è aperta a chi meglio li traveste.

Amelio ci ricorda che sbagliare è umano, non provarci lo è ancora di più. Il peso del “voler essere” può dormire quieto, trasformarsi in maschera o esplodere con potenza inaudita. E quando esplode, come nel film, nulla sarà più come prima. La tenerezza è un film che coinvolge tutti, perché di tutti parla. Ma è anche un film che non travolge, e per questo non è cibo per tutti i palati.

Ne La tenerezza l’amore è un piccolo gesto, il dolore una smorfia, la disperazione una frase, la solitudine un lungo silenzio. Le emozioni sono inespresse perché recitano la parte del “tutto va bene”. I piccoli disturbi quotidiani non sembrano voler aprire le porte alla tragedia, che spinge da dietro con discrezione. E se nel film quest’ultima prenderà il comando, nella vita dei padri e dei figli “comuni” l’ansia si trasforma più spesso in ruggine, solitudine, insofferenza o rassegnazione. E, se si guarda oltre, in un grande bisogno di tenerezza, che è la sintesi della vita di ogni uomo.

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