MISSION/ Il film da Oscar “punito” per il suo contenuto

- Gianni Foresti

Il film di Roland Joffé non è riuscito ad aggiudicarsi gli Oscar che avrebbe meritato, spiega GIANNI FORESTI, per via del tema affrontato e del suo contenuto

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Una scena del film

Mission di Roland Joffé è un grandissimo film, vincitore nel 1986 della Palma d’Oro a Cannes, mentre agli Oscar del 1987 gli fu preferito Platoon di Oliver Stone, sia come film e sia come regia. Come dicevo raccontando della vittoria di Un uomo per tutte le stagioni, già dopo vent’anni premiare un film religioso era ormai fuori luogo: infatti Mission vinse solo la statuetta per la fotografia di Chris Menges, già Oscar per Urla dal Silenzio, sempre del regista Joffé. Questi ha anche firmato altri film che meritano di essere menzionati come Vatel, La lettera scarlatta e La città della gioia. 

Lo sceneggiatore è Robert Bolt, Oscar con il Dottor Zivago e Un uomo per tutte le stagioni; le bellissime musiche sono di Ennio Morricone; e abbiamo tre star come attori: Robert De Niro, Jeremy Irons e Liam Neeson. Non c’è dubbio che il film meritasse più statuette, ma Hollywood la pensava esattamente all’opposto. 

È un film possiamo dire storico che ricalca l’evangelizzazione dei Gesuiti in America Latina, nelle zone confinanti con gli attuali Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay e Paraguay. Furono fondati villaggi con tanto di scuole ed economia rurale fatta di allevamento e agricoltura, comunità prosperose e competitive.

La pellicola parte con il martirio di un gesuita e con un altro confratello (Irons) che con la musica di un flauto conquista il cuore degli indigeni. In tutta questa parte del film si odono poche parole e sono padrone la bellissima fotografia e la musica di Morricone. Si vede che i villaggi pian piano crescono con l’aiuto dei sacerdoti gesuiti, nasce un popolo e una cultura, sorgono le reducciones.

Contemporaneamente c’è la figura dello schiavista Mendoza, interpretato da un grande Robert De Niro, che dopo aver ucciso per gelosia il fratello entra in uno stato di prostrazione. Si pente e viene accolto dai gesuiti. Bellissime le scene in cui l’uomo con il fardello della propria armatura, simbolo del suo peccato, scala le cascate, finché un indigeno taglia la corda della rete come gesto di perdono nei suoi confronti. Qui la gestualità interpretativa e la mimica di De Niro sono eccezionali e significative, sempre con una colonna musicale originale e impegnata.

Sembra tutto idilliaco, ma entra in gioco la politica. Siamo nel 1750 e il governo portoghese chiede l’annessione delle missioni in America Latina pena l’espulsione dal Paese dei Gesuiti. Il Cardinale mandato a visitare le reducciones si commuove, ma nulla può fare contro la politica. 

I guaranì si ribellano guidati da De Niro e da altri gesuiti. Le battaglie sono sempre contornate da una fotografia e da una musica bellissima. Simbolica l’immagine finale in cui De Niro morente guarda Irons in processione con l’Ostia sacra che viene ucciso.

Un film che avrebbe dovuto rastrellare molti Oscar: regia, De Niro e musiche. Ma il contenuto del film non poteva passare. C’è tutto in esso: la Croce di Gesù, la costruzione di una cultura sorretta dall’amore, il peccato, la redenzione, la ribellione, il sacrificio e il destino dell’umanità che non è in mano agli uomini, ma a Dio.

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