Film prima sala poi on demand/ La scelta politica di Bonisoli con una legge già datata

Il ministro Bonisoli ha annunciato la firma di un decreto che regola la distanza tra l’uscita in sala e l’arrivo sulle piattaforme on demand dei film

15.11.2018 - Emanuele Rauco
Bonisoli_Alberto_Lapresse
Alberto Bonisoli (Lapresse)

È la coda lunga, molto lunga, del Leone d’oro a Roma di Cuaròn e del caso del film Sulla mia pelle di Cremonini, dedicato al caso Cucchi. Ovvero il rapporto tra Netflix e le sale cinematografiche, ovvero ancora il modo in cui i film prodotti dal colosso del video on demand possono e debbano andare nelle sale cinematografiche. A questa coda sembra mettere un provvisorio punto il ministro dei Beni culturali Bonisoli che ha annunciato la firma ai decreti attuativi della Legge Cinema del 2016 dichiarando che tra questi c’è anche una norma che regola le finestre, ossia la distanza tra l’uscita in sala e il passaggio sulle piattaforme streaming e on demand.

Stando al comunicato del ministero, il decreto già ribattezzato “anti-Netflix” (perché è l’unica realtà toccata) di fatto si limita a certificare una prassi. Ossia i 105 giorni che devono passare tra la distribuzione nelle sale e la possibilità di visione su una di queste piattaforme, ma i termini sono variabili: 60 giorni se l’opera è programmata in almeno ottanta schermi e ha ottenuto un numero di spettatori inferiori a 50mila dopo i primi ventuno giorni di programmazione; 10 giorni se l’opera è programmata solo per tre giorni (o meno) feriali, con esclusione del venerdì, sabato e domenica.

Nessuna vera rivoluzione, anzi, ma di fatto una presa di posizione al fianco degli esercenti dopo che la distribuzione di Sulla mia pelle contemporaneamente nelle sale – quelle che hanno disatteso le richieste delle associazioni di categoria di boicottare il film – e su Netflix aveva dato il via a una polemica nuova per l’Italia ma vecchia, e spesso superata, per il resto del mondo. A riprova poi che la decisione di Bonisoli non sia effettiva e pragmatica, ma di semplice posizionamento politico (le piccole sale nazionali contro il colosso multinazionale) lo prova che il decreto riguarda solo i film nazionali e che in realtà non danneggia davvero Netflix, perché ha effetto solo sui benefici di legge che i film possono richiedere a posteriori. Quindi di fatto, la piattaforma potrà continuare a gestire i propri film come meglio crede dato che quei benefici colpiscono solo tangenzialmente Netflix e le sue produzioni originali o distribuzioni, di cui finora Sulla mia pelle è l’unico esemplare cinematografico prima di Natale a 5 stelle, il cinepanettone di Marco Risi per cui non è prevista l’uscita nelle sale.

Ma cosa significa la dichiarazione di Bonisoli, che è il vero punto di discussione? Il vero fulcro della questione è l’aver sottolineato che il decreto si riferisse alle piattaforme on demand, ossia aver fatto dell’atto giuridico un atto politico per venire incontro alle richieste degli esercenti. L’obiettivo è tutelare le sale e gli investimenti pubblici in esse, poter dare fiato a una realtà che da anni è in difficoltà bloccando la presunta concorrenza, ma sembra che gli esercenti siano stati gli unici attori della filiera a essere stati ascoltati e chiamati in causa. Produttori e distributori sono d’accordo e sono stati ascoltati in proposito?

Netflix è ulteriormente colpita da un altro elemento del decreto: la riduzione delle finestre nei casi suddetti è prevista solo se la piattaforma farà attività di lancio e promozione sulla successiva disponibilità dell’opera attraverso fornitori di servizi di media audiovisivi. Bastoni tra le ruote, sembrerebbe: ma pensare che Netflix – il cui business è di fatto quello dell’home video – sia una reale minaccia per il cinema in sala, come sarebbe dovuta essere la tv prima, l’home video poi e internet infine, e quindi trattarlo come tale, senza invece valutarne la complessità e l’importanza produttiva, e soprattutto senza capire come rilanciare la sala come luogo ed esperienza e il film come valore culturale (diverso da quello del cinepanettone, per citare una celebre dichiarazione del ministro, la cui sottosegretaria preposta al cinema non vede film, per sua stessa ammissione), è un atto un po’ miope e consolatorio, che fa sentire le sale al sicuro, ma non fa tornare il cinema “di nuovo grande”.

Come non lo hanno fatto tornare le numerose campagne di riduzione dei prezzi che pure Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, tornava a chiedere dalle pagine di Il Foglio (e si dubita che in questo caso gli esercenti si schiereranno col Governo), mentre ancora si aspetta la cosiddetta stagionalità piena, ovvero film decenti anche d’estate, che oggi si è tornati a promettere (“Stiamo lavorando con produttori e distributori affinché la prossima sia la vera prima estate del cinema italiano con grandi blockbuster che escono già da agosto”). Il punto non è ciò che ha fatto il ministro Bonisoli, che non è altro che il compimento di un’operazione precedente, ma il modo in cui ha deciso di comunicarlo, di trasformarlo in un gesto eclatante durante la presentazione di una ricerca dell’Agis, di collocarlo in un orizzonte politico che pare avere come contesto un mondo fermo agli anni ‘90 in cui le promesse e il protezionismo a difesa di una categoria hanno la meglio sul dare un senso alla complessità dei tempi in cui si vive e agisce il mercato. In puro stile populista o “del cambiamento”.

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