A PRIVATE WAR/ Un film su un giornalismo eroico in via di estinzione

Il film di Matthew Heineman racconta la storia di Marie Colvin, reporter di guerra per il quotidiano britannico Sunday Times dal 1985 al 2012

07.12.2018 - Roberto Bernocchi
Una scena del film

Marie Colvin è stata una giornalista americana, reporter di guerra per il quotidiano britannico Sunday Times dal 1985 al 2012. A Private War è la sua storia umana e professionale. Un impegno costante nei luoghi più pericolosi del pianeta, pronta a raccontare, testimoniare e denunciare le violenze legate alla guerra. Un viaggio che l’ha portata a Timor Est, in Cecenia, in Iraq, in Afganistan e in Libia, passando per lo Sri Lanka, dove perse un occhio ma non la motivazione ad andare avanti. Una guerra personale, quella di Marie Colvin, preziosa cultrice della verità giornalistica. Una guerra personale, ma nell’interesse di tutti.

Marie Colvin, come la racconta Matthew Heineman, ispirandosi all’articolo di Marie Brenner pubblicato nel 2012 su Vanity Fair, ha vissuto per raccontare la realtà, per mostrare l’effetto della guerra sui popoli, per aprire le pigre coscienze dell’umanità contemporanea. Una dedizione che commuove, colpisce, spaventa. Un impegno strenuo, eroico, che supera il dovere e invade i territori della follia.

La Colvin, scomparsa nel 2012, ha puntato dritto lungo la sua strada, superando paure, dolore e ferite menomanti, seguendo un ideale puro e virtuoso, tanto raro nell’informazione di ieri quanto sconosciuto in quella di oggi. Non basta l’idea di dovere, né quella di coerenza per spiegare la storia di questa donna che ha trovato nel suo intimo motivazioni così profonde da fare la guerra alla guerra, fino alla fine.

Rosamund Pike offre, in A Private War, una prova attoriale davvero di grande spessore. Commuove e convince. Rivela paura e coraggio, solitudine e solidarietà. Colora di sfumature tutta l’ansia spavalda che la porta tra le bombe che piovono sulle vittime, in gran parte civili, dei conflitti, in ogni parte del mondo sofferente.

La macchina da presa si intromette nella vita privata della Colvin per poi condurci, attraverso i suoi occhi, tra le sofferenze immani dei corpi feriti e straziati dal male. Heineman, già noto per i suoi documentari, sa come mostrare la realtà, in modo diretto, spontaneo e credibile. Suscitando emozioni che nascono spontanee, sospinte da una verità cruda, senza mai concedere nulla a facili sentimentalismi.

Un eroe, la Colvin, in via di estinzione. Un modello di giornalismo disperso nella confusione delle verità relative, nella diffusa discutibile credibilità sempre gravida di sospetto. Un eroe prezioso e incompreso dai più, ormai tristemente steso davanti alla svogliata disattenzione dell’incivile cittadinanza. Un eroe qualunque, che non vogliamo né possiamo permetterci di dimenticare.

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