DOWNSIZING/ Il film che critica il sistema americano (ma si perde per strada)

- Ilenia Provenzi

Quello di Alexander Payne è uno di quei film che si basano su una buona premessa, sviluppano un tema attuale, ma, in qualche modo, si perdono per strada. ILENIA PROVENZI

Downsizing_Cs
Una scena del film

Downsizing è uno di quei film che si basano su una buona premessa, sviluppano un tema attuale e interessante, ma, in qualche modo, si perdono per strada. Il regista Alexander Payne parte dalla situazione critica del pianeta, in cui le devastazioni compiute dall’uomo stanno portando all’esaurimento delle risorse energetiche, per raccontare una storia in cui si uniscono commedia e genere fantasy. Gli scienziati norvegesi, infatti, mettono a punto un sistema per ridurre drasticamente le dimensioni degli esseri umani. Si creano così delle comunità di gente minuscola, che vive – in apparenza – benissimo, nel lusso e nelle comodità (il patrimonio dei “giganti”, anche il più misero, assume un valore molto diverso nel micro-mondo). Un richiamo irresistibile per chi, come l’americano Paul (Matt Damon) e la moglie, vorrebbe comprare una casa che non può permettersi. 

Attratti dalla comunità locale di rimpiccioliti, che rispecchia l’idea americana dell’utopia (un parco divertimenti di lusso), Paul e consorte decidono di farsi ridurre, ma qualcosa va storto: lei perde coraggio e scappa. Paul resta da solo nel micro-mondo, costretto a rifarsi una vita e a trovare nuovi amici. Naturalmente, la società in miniatura rivela presto il suo lato oscuro: esiste un sobborgo riservato ai derelitti, gente povera, dissidenti politici, ridotti senza il loro consenso dai potenti per eliminare un problema fastidioso. Paul, tendenzialmente passivo e depresso, si avvicina a un’attivista vietnamita che, pur avendo perso una gamba, si prodiga per gli altri. E con lei riscoprirà il buono che c’è nel mondo. 

Se l’aspetto visivo del film e il contrasto piccoli/giganti, che consente di giocare con due diverse prospettive, sono aspetti molto intriganti, a non funzionare del tutto è la storia. Sparita la consorte che, comprensibilmente, si è spaventata di fronte all’agghiacciante processo di riduzione, il film si concentra su Paul e sulla sua nuova vita, mentre scopre che l’utopia si rivela in realtà una bolla di sapone. A nessuno interessa salvare il mondo. L’unico scopo è vivere nel lusso. Si avverte un senso di claustrofobia sotto la cupola che protegge la micro-città, più simile a un villaggio della Lego che a un luogo reale. La gente rimpicciolita sembra del tutto disinteressata a ciò che accade là fuori. Insomma, l’esperimento è fallito e restringere la gente non serve a nulla, se non ad aumentare ancora di più il divario tra ricchi e poveri, carnefici e vittime. 

Ma i conflitti all’interno della comunità, così come tra “piccoli” e “giganti”, non sono sviluppati. Manca anche un percorso convincente del protagonista, che in fondo è un buono fin dall’inizio, quando si occupa della madre. Non ci stupiamo della sua scelta finale, né vediamo un reale cambiamento. Anche il viaggio in Norvegia, dove i rimpiccioliti hanno invece cercato la comunione con la natura e una vita semplice, resta una parentesi poco approfondita.

A dominare è una nota di buonismo che lascia l’amaro in bocca, perché si sente la mancanza di una marcia in più: il film poteva essere più breve ma più incisivo, inserire meno ingredienti nel calderone ma giocare meglio con quelli a disposizione. In ogni caso è interessante la critica al sistema americano, che trasforma tutto in una questione economica e vede la società ideale come un mondo di plastica, ancora più distante dalla natura di quanto lo è quello attuale. In fondo, forse, l’unica soluzione ai problemi dell’umanità è recuperare il senso della nostra esistenza sulla Terra, che non risiede nelle cose materiali, ma nei rapporti veri con gli altri e nel rispetto profondo della vita e, quindi, anche della natura. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori