FABRIZIO FRIZZI/ Le lacrime dei “Coccodrilli” e il sorriso che arriva dove si spengono gli applausi

- Alberto Contri

Fabrizio Frizzi è stato un pilastro della televisione italiana, ma anche un grande uomo generoso e buono lontano dai riflettori del mondo dello spettacolo, dice ALBERTO CONTRI

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Fabrizio Frizzi (LaPresse)

Per Fabrizio Frizzi non si può tirare fuori dal cassetto un coccodrillo. Per chi non lo sapesse, il coccodrillo è quell’articolo già pronto che i giornalisti tengono da parte su personaggi e personalità di ogni tipo, per essere pronti in caso di una loro improvvisa morte. La sua caratteristica è di essere inevitabilmente sempre un po’ freddo e impersonale nella descrizione della vita e della carriera dello comparso. Oramai i lettori sapranno tutto della vita personale e professionale di Frizzi, visto che ieri per tutto il giorno giornali, radio, siti e tv ne hanno parlato. Va detto che in tutte le commemorazioni c’è stata una nota di partecipazione particolarmente affettuosa, come per la perdita di un vecchio amico. 

Mentre sto scrivendo passano in tv le immagini di momenti della sua carriera che Vespa sta mandando in onda a Porta a Porta, e una volta di più mi rendo conto che la sua caratteristica principale (a differenza di tanti suoi colleghi) era una spontanea naturalezza, una capacità di essere se stesso in qualunque situazione, in qualunque tipo di programma, senza mai dare l’impressione di essere “costruito”. Quando ebbi l’occasione di frequentare la Rai dall’interno, in qualità di membro del CdA, ci siamo incontrati più volte casualmente, e in lui non ho mai trovato nemmeno una volta una parvenza di piaggeria, ma sempre un sincero interesse per la mia attività nel campo del sociale come presidente di Pubblicità Progresso. Fui molto colpito quando nel 2000 interruppe per il minimo indispensabile le riprese di una fiction per donare il midollo a una bambina malata di leucemia, tornando al lavoro febbricitante e con 200 forellini nelle ossa del bacino. 

La sua sensibilità per il sociale lo aveva portato a diventare il volto di Telethon, animandone senza risparmio e con sincera dedizione ogni maratona. Fu anche per questo che pensai innanzitutto a lui quando nel 2006 – dopo quattro anni nel CdA della Rai ero diventato A.D. di Rainet – decisi di contribuire all’edizione italiana di un bellissimo videogioco del Pam (il Programma alimentare mondiale) creato per sensibilizzare i bambini sul problema della fame nel mondo. In quell’occasione le nostre competenze multimediali tornarono utilissime, e feci anche dare il patrocinio di Pubblicità Progresso all’iniziativa. Servivano delle voci italiane per un gran lavoro di doppiaggio dei diversi personaggi del gioco, lavoro che sarebbe stato a titolo gratuito visto che non c’era budget. Chiamai Fabrizio, che accettò subito con entusiasmo, e che mi suggerì di coinvolgere la sua cara amica Livia Azzariti che a sua volta accettò senza pensarci su un attimo. Così fu per Franco di Mare e per Antonello Dose. Con loro la squadra Rai era rappresentata alla grande. Va detto che il cast fu completato con altri due personaggi molto famosi: Maria Grazia Cucinotta e il calciatore Kaka. 

Ci siamo poi rivisti in diverse occasioni negli anni successivi, e sempre ho riscontrato quella attenzione che riservava con sincera naturalezza ai suoi interlocutori. Perché, come ha detto Giancarlo Magalli, “Fabrizio era un carissimo e grande collega, ma soprattutto una persona buona. Uno che non ha mai fatto finta di essere buono, come spesso avviene nel nostro ambiente, uno che lo era veramente e che credeva profondamente nell’amicizia. Lo dimostra il fatto che oggi lo piangono milioni di amici… Sapevamo che stava male. Sapevamo che combatteva una battaglia disperata. Sapevamo che non voleva che se ne parlasse per paura di dover smettere di lavorare ed abbiamo tutti rispettato questo suo desiderio, la Rai per prima. Sapevamo anche che la sua paura più grande non era andarsene, ma il pensiero di lasciare sole Carlotta e Stella, le sue ragazze”. 

Fa ovviamente effetto vederlo a Porta a Porta riproposto in tanti ruoli, e sinceramente trovo eccessivi i continui applausi che accompagnano ogni spezzone e ogni testimonianza. Ma tant’è. The show must go on. Penso già con rammarico anche agli applausi che ci saranno mercoledì prossimo al suo funerale, come oramai è d’abitudine. Lui ne ha avuti tanti, di applausi, nella sua vita professionale, ma ha fatto anche tante cose buone lontano dai riflettori. Sarebbe stupendo se per una volta un sonoro e commosso silenzio accompagnasse l’ultimo viaggio di uomo buono che era un grande artigiano della tv.

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