Filippo La Mantia/ Sei mesi all’Ucciardone per errore: da fotografo a chef (Sono Innocente)

- Morgan K. Barraco

Lo chef Filippo La Mantia è stato sei mesi nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. Entrato come fotoreporter, è uscito come cuoco. La sua vicenda giudiziaria nella puntata di Sono Innocente.

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Filippo La Mantia (Facebook)

Il nome di Filippo La Mantia, oggi uno degli chef più rinomati d’Italia, è strettamente collegato con Ninni Cassarà. Il vicequestore ucciso da Cosa Nostra nell’agosto del 1985 è stato raggiunto infatti da una raffica di mitra mentre si trovava di sui gradini di casa, la stessa che era stata affittata tempo prima al cuoco. Per questo, in quanto ultimo a risultare inquilino dell’appartamento, La Mantia è stato tradotto in carcere a Palermo, dove ha vissuto sei mesi prima di dimostrare la propria innocenza. La storia di Filippo La Mantia verrà raccontata nella puntata di Sono Innocente di oggi, domenica 29 aprile 2018, ripercorrendo i difficili mesi vissuti dal giovane che all’epoca svolgeva la professione di reporter. L’esperienza in carcere, sottolinea lo chef a Il Corriere della Sera, gli ha permesso alla fine di scoprire la passione per la cucina. È infatti in carcere che inizia a destreggiarsi fra i fornelli, cucinando per 11 detenuti con cui condivideva una cella dell’Ucciardone, il penitenziario di Palermo. È forse l’unico modo per il futuro cuoco di rimanere ancorato a quell’infanzia fatta di profumi e sapori di libertà e di affetti. In quel momento La Mantia inizia a sperare ogni giorno di poter dimostrare di essere innocente, soprattutto perché la casa da cui sono partiti i colpi diretti a Cassarà l’aveva abbandonata diversi mesi prima della tragedia. 

Filippo La Mantia: da fotografo a chef 

Filippo La Mantia riuscirà alla fine a dimostrare di essere estraneo alla morte di Ninni Cassarà, ma dietro quelle sbarre non finirà solo il giovane 25enne siciliano. Si chiuderà in qualche modo anche la professione che in quattro anni gli hanno permesso di diventare uno dei fotografi più apprezzati di Palermo. La Mantia ricorda bene quel giorno, l’entrata in carcere, le porte del penitenziario che si chiudono dietro di lui e la sicurezza di aver perso anche il suo futuro professionale. È in quel momento che realizza tutto, anche di poter contare solo sui propri sogni. E non solo per quanto riguarda la libertà da ritrovare, ma anche quella passione che presto gli permetterà di diventare famoso come chef italiano. Il provvedimento di Giovanni Falcone lo rende di nuovo un uomo libero sei mesi dopo il suo arresto, ricorda in un’intervista a Il Corriere della Sera, ma occorreranno molti anni prima di riuscire a ingranare davvero come cuoco. Un sogno diventato realtà grazie al trasferimento a Roma, a una dura gavetta e infine all’apertura del suo primo ristorante, avvenuto quando aveva 54 anni, nella cornice di Milano. Un piccolo passo prima della replica del successo, grazie all’apertura di un nuovo locale e alla scalata come oste e cuoco italiano. Di certo non ha mai ambito a riconoscimenti e stelle, confida, ma a realizzare quell’unico obbiettivo che gli ha permesso di rimettersi in pista ed a trasformare un ostacolo in una grande opportunità. 

Lo chef che cucina senza aglio e cipolla

In carcere per un errore, Filippo La Mantia non è riuscito solo a lasciarsi alle spalle quei brutti mesi che ha trascorso dietro le sbarre dell’Ucciardone di Palermo. E non ha solo trasformato quest’esperienza nel suo futuro successo come oste cuoco, come ama definirsi. Anche nella vita privata La Mantia è riuscito a realizzarsi a tutto tondo, grazie al supporto della compagna Chiara Maci e alla nascita del loro primo figlio. In realtà il successo del palermitano avviene molto prima, quando appena ventenne è uno dei fotoreporter più apprezzati in Sicilia. È stato infatti uno dei primi a raggiungere la scena del crimine in cui è stato ucciso il Generale Dalla Chiesa, ricorda Vanity Fair. Eppure basterà un solo dettaglio perché La Mantia venga etichettato come un affiliato della mafia, per via di quell’appartamento coinvolto nella morte del vicequestore Ninni Cassarà. Una casa che lo chef aveva lasciato otto mesi prima, trasferendosi poi a Mondello. Di quel periodo però non ricorda solo il dolore, la sofferenza, ma anche la famiglia e la tradizione. Due elementi che ha cercato di infondere nei piatti che proponeva ai detenuti, soprattutto grazie all’assenza di aglio e cipolla. Due prodotti che non ama e che ha deciso di togliere del tutto dalle proprie creazioni, sicuro che ogni cuoco che si rispetti debba adeguarsi al gusto delle persone e non viceversa. Facendo questa piccola modifica ha scoperto infatti che tante altre persone non sopportano quei due particolari ingredienti e che molti accettano la loro presenza nei piatti solo perché piegati al volere dello chef.



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