Festival di Cannes 2018/ Lezioni di piano, i 25 anni di una Palma d’oro al vero cinema

Il Festival di Cannes di 25 anni fa venne vinto, ex aequo con Addio mia concubina di Chen Kaig, dal film di Jane Campion. Ce ne parla LEONARDO LOCATELLI

10.05.2018 - Leonardo Locatelli
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Una scena del film

Lei, lui, l’altro: il più classico dei triangoli d’amore, di quelli che hanno rappresentato la fortuna (o la tragedia) dei grandi e piccoli romantici (autori e non, sia dello specifico periodo artistico ma più in generale di ogni tempo), per finire successivamente ridefiniti, confinati o sviliti (solamente in pubblico, of course) secondo le scale di valori e di gusto proprie di ciascuna epoca storico-culturale (ad esempio, per stare in ambito inglese, si pensi a quanto accaduto e prodotto durante sia la repressiva età vittoriana che la gaudente età edoardiana). Lei, lui, l’altro: Ada McGrath, Alistair Stewart, George Baines. Ma in questo particolare caso c’è decisamente molto altro che vale la pena ricordare…

Da una parte un’antropologa, pittrice e regista – in stretto ordine cronologico, le tre lauree che può vantare la neozelandese Jane Campion (1954) – che in occasione del suo terzo lungometraggio desiderava raccontare un romanticismo che la contemporaneità aveva ormai edulcorato e trasmettere emozioni che il cinema mainstream aveva fin troppo addomesticato e ridotto ai propri uso e consumo: «Avverto l’esistenza di uno stretto rapporto tra il tipo di spirito romantico rappresentato da Emily Brontë in Cime tempestose e quello del mio film. Quello della scrittrice non è il concetto di spirito romantico a cui ci siamo abituati: è molto aspro ed estremizzato, un’esplorazione gotica della pulsione romantica. E io ho voluto corrispondere agli stessi concetti nel mio secolo. […] Penso sia la prima volta che cerco di usare il cinema emotivamente. Ho cercato di usare la macchina da presa per descrivere i sentimenti in modo poetico, lirico. Normalmente, in passato, ho lavorato contro tutto questo. Ho cercato stavolta di usare la macchina da presa non per attirare l’attenzione su se stessa, ma per creare le emozioni e l’atmosfera di cui la storia stessa è fatta. Sono aspetti che lo differenziano molto dai miei film precedenti».

Dall’altra parte una celebre colonna sonora firmata dal britannico Michael Nyman (1944) che voleva omaggiare un’altra Emily, l’ottocentesca biancovestita autoreclusa Dickinson (che un giorno decise di non uscire più prima di casa e poi addirittura dalla sua stessa stanza, pare in segno di protesta nei confronti del padre che l’aveva rimproverata per essersi attardata al buio una sera in giardino conversando con un amico), della quale il titolo del brano più famoso cita esplicitamente una delle quasi mille e ottocento poesie (n. 536: «The Heart asks Pleasure – first – / And then – Excuse from Pain – / And then – those little Anodynes / That deaden suffering – // And then – to go to sleep – / And then – if it should be / The will of its Inquisitor / The privilege to die –» «Il cuore chiede piacere – dapprima – / E poi – dispensa dal dolore – / E poi – quei piccoli lenimenti / Che attenuano il soffrire – // E poi – potersi addormentare – / E poi – se questa fosse / La volontà del suo Inquisitore / Il lusso di morire –»). Un soundtrack entrato dritto – come la maggioranza delle sequenze che commenta e accompagna – nel cuore di moltissima parte degli spettatori che hanno gratificato la pellicola, ancora oggi il più grande successo di critica e di pubblico della sua autrice.

E lì di mezzo – lo si sarà già intuito – le più atipiche e passionali Lezioni di piano (The Piano, 1993) che il grande schermo abbia offerto, un’opera vincitrice venticinque anni fa – ex aequo con Addio mia concubina di Chen Kaige – della 46ª edizione del Festival di Cannes, aperta e chiusa dalle “parole” della muta protagonista Ada (Holly Hunter, premiata a sua volta per la migliore interpretazione femminile): «La voce che sentite non è la mia voce. È la voce del mio pensiero. Non parlo da quando avevo sei anni. Nessuno sa il perché, nemmeno io. Mio padre dice che ho un talento oscuro e che il giorno che mi metterò in testa di smettere di respirare sarà l’ultimo. Oggi mi ha data in moglie a un uomo che nemmeno conosco. Presto, mia figlia e io, lo raggiungeremo nel suo Paese. […] La cosa strana è che io non penso a me come a una creatura silenziosa. E questo, grazie al mio pianoforte. […] Che morte! Che occasione! Che sorpresa! La mia volontà ha scelto la vita. Comunque ho preso un bello spavento. E non solo io. […] Sto imparando a parlare. I miei suoni sono ancora così brutti che mi vergogno. Mi esercito soltanto quando sono da sola e al buio. Di notte penso al mio pianoforte nel profondo dell’oceano… E a volte penso anche a me, sospesa sopra di esso… Là sotto tutto è così fermo, silenzioso… che mi concilia il sonno. È una strana ninna nanna… ma è così. Ed è mia. “C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono. C’è un grande silenzio dove suono non può esserci. Nella fredda tomba del profondo mare”».

Volendo parafrasare un pensiero attribuito alla stessa Dickinson («Se leggo un libro e mi sento gelare in tutto il corpo così che nessun fuoco mi può scaldare, allora so che quella è poesia. Se provo la sensazione che mi scoperchino la testa, allora so che quella è poesia»), si potrebbe dire che allora sappiamo che questo è cinema: partorito e girato da una “volontà vitale” e un “talento oscuro”, prodotto e partito dagli antipodi della nostra Europa e arrivato sulla Promenade de la Croisette per godersi l’ombra di una palma tutta d’oro, «forse il film che aspettavamo da un decennio, quello capace di coniugare il grande spettacolo con l’asprezza linguistica, di ridare vigore a una concezione romantica del cinema attraverso una serie di invenzioni formali che mettono all’improvviso sotto una luce radicalmente nuova il suo contenuto di passione, sensualità, rigenerazione amorosa» (Emanuela Martini). Non semplicemente Lezioni di piano, quindi, ma lezione di cinema.

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