Festival di Cannes 2018/ L’albero degli zoccoli, una Palma d’oro alla concezione sacra della vita

Oggi si chiude il Festival di Cannes 2018. La Palma d’oro, quarant’anni fa, venne assegnata al film di Ermanno Olmi, regista recentemente scomparso. MASSIMO BORDONI

19.05.2018 - Massimo Bordoni
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Una scena del film

L’edizione del Festival di Cannes che si conclude questa sera ci riporta indietro di quarant’anni, alla meritata Palma d’Oro assegnata nel 1978 a L’albero degli zoccoli, capolavoro padano del compianto Ermanno Olmi. Il regista bergamasco si imponeva nella kermesse francese, la più in vista del panorama europeo, con un film anti-spettacolare e coraggioso, vincendo una Palma d’Oro significativa perché giunta nel mezzo di una fase di riflusso per il cinema italiano, rimasta infatti l’unica al nostro movimento per i successivi 23 anni (fino al morettiano La Stanza del Figlio, 2001).

L’albero degli zoccoli, oltre a essere diventato con gli anni un cult, costituisce una sorta di punto d’arrivo estetico e tematico della prima fase della carriera di Olmi, quella contigua alle sue origini di documentarista operaio, nonché un capolavoro assoluto della poetica del sacro nel quotidiano. Scelte inusuali ma consapevoli, di forte segno autoriale, contraddistinguono la sua genesi e la sua lavorazione: segnatamente, i dialoghi in dialetto bergamasco e l’utilizzo di attori non professionisti. Soprattutto la prima di queste scelte gioca un ruolo centrale nel taglio stilistico del film. Coraggiosa in quanto lontana dalle più strette esigenze di mercato – ma alla lunga vincente anche su quel piano – è storicamente e filologicamente la più corretta: i plebei contadini di allora, filmati da Olmi con tanta disincantata poesia, parlavano così. Una lingua di tradizione popolare senza uno standard scritto ma con fortissimi marchi di significato, che diventa il principale veicolo della pietas che avvolge tutto il film. Un topos del cinema di Ermanno Olmi: la pietas, che nella parola latina, maggiormente che nella pietà dell’italiano, conosce una ampiezza di significati che comprende quella gamma di atteggiamenti umani, amorevoli e autentici verso il prossimo, la famiglia, il lavoro, la propria terra, il sentire divino. Una concezione sacra della vita e della sua rappresentazione in cinema che Olmi ha sempre posseduto, e che ne L’albero degli zoccoli esprime con straordinaria maturità.

Il film racconta le vicende di quattro famiglie di contadini della bassa bergamasca tra l’autunno del 1897 e i moti milanesi del maggio 1898. Tutto quello che i contadini abitano e utilizzano per il lavoro appartiene al padrone, così come i campi, gli alberi e gran parte delle bestie. A lui spettano due terzi del raccolto. Le faccende si susseguono al ritmo delle stagioni. Si sgrana e si insacca il granturco, si scanna il maiale, si vendono i pomodori al mercato delle primizie. Quando si ammala una vacca, le si fa bere dell’acqua benedetta, e questa guarisce. Quando qualcuno trova una moneta preziosa, la nasconde sotto lo zoccolo di un cavallo. Si chiede consiglio al prete del paese, don Carlo, per mandare i figli (della vedova) in orfanatrofio o (degli altri) a scuola.

Le donne adulte della cascina aiutano la più giovane a partorire. Due giovani, un contadino e un’operaia della filanda, si corteggiano timidamente. Poi fanno il viaggio di nozze in barcone sui navigli, verso Milano, dove si trova il convento di cui è superiora una loro zia. Qui sono indotti ad adottare un orfano neonato. Uno dei contadini taglia un albero di nascosto per rifare gli zoccoli al figlio, che li ha rotti tornando dalla lontana scuola. Il padrone se ne accorge, e la famiglia del contadino deve lasciare la cascina. Partono una mattina portandosi le loro povere cose, mentre tutti gli altri osservano in silenzio.

La storia de L’albero degli zoccoli parte da lontano, come disse lo stesso Olmi “scrissi quel soggetto a metà degli anni Cinquanta, e avrei voluto esordire con quella storia, ma era troppo impegnativa, non ero pronto”. Se a metà dei Cinquanta Olmi non possedeva ancora i mezzi espressivi per filmare adeguatamente una storia così delicata, lo ha fatto magistralmente anni dopo, alla fine di un percorso artistico che prende le mosse da film esteticamente essenziali, in sentore di neorealismo, per questo più densi di suggestioni come Il tempo si è fermato (1959), Il posto (1961) e I fidanzati (1963), La circostanza (1974). Qualcuno (la giornalista e critica Lietta Tornabuoni) si è anche spinto a dire che la nostra cultura è o prima o dopo L’albero degli zoccoli, che quindi il film rappresenta (anche nel senso dell’etimologia greca della parola) il passaggio dal mondo contadino a quello industriale successivo. Un carico di responsabilità forse eccessivo, per un film che non vuol essere altro che un accorato, struggente omaggio alla gente fiera e generosa, onesta e lavoratrice che ci ha preceduto sulle terre che oggi abitiamo, padani come lucani, pedemontani come salentini.

Personalmente, per quanto può valere, sono sempre stato grato a un grande autore come Ermanno Olmi – e in un certo senso orgoglioso – di poter fruire di un film così peculiare senza bisogno dei sottotitoli in italiano. Perché la povera gente della sua storia parla esattamente la lingua dei miei genitori e dei miei nonni, così come di molti degli spettatori che lo hanno veduto e amato. Siamo grati a lui, in ultima analisi, per aver portato quella gente e quella cultura dentro il grande Cinema.

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