NO I MONDIALI NO!/ Quella bella lezione di “onestà” di Totò e Peppino valida ancora oggi

Sceneggiato da Age e Scarpelli e diretto da Camillo Mastrocinque, “La banda degli onesti”, uscito nel 1956, è una commedia divertente da collezione. Utile da rivedere. GIANNI FORESTI

24.06.2018 - Gianni Foresti
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Giacomo Furia, Peppino De Filippo e Totò in una scena del film

Definizione dal vocabolario di onestà: “Qualità morale di chi rispetta gli altri e agisce lealmente verso il prossimo”. Questo vale sul lavoro, in politica, negli affari… nella vita.

Quando i quotidiani costavano 70 lire, la maggior parte dei giornalai, con la scusa della mancanza di monetine da 10 lire, davano come resto caramelle. Onesti? Mah… Un giorno fui accusato ingiustamente di aver rubato delle caramelle in più oltre al resto e i miei genitori mi punirono. Mazziato e cornuto all’età di sette anni (scusate la parentesi autoreferenziale).

Nella Seconda Repubblica il brand onestà fu depositato da Di Pietro e dal partito Italia dei Valori. Ora è Di Maio con il M5s a esserne il portabandiera, mentre Salvini se ne sta sottotono e la Lega ha qualche scheletro (leggi Bossi e figli) nell’armadio. Cade a fagiolo per chi non vuole rintronarsi di calcio guardare un bel film, sorridere e provare a giocare con esso fantasticando, sostituendo gli interpreti con i big della politica attuale.

Vi propongo La banda degli onesti, film del 1956 con il grande Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia. Attenzione: soggetto e sceneggiatura sono di Age e Scarpelli, due mostri della commedia italiana, mentre la regia è di Camillo Mastrocinque, che ha girato molti film di Totò.

Il principe della risata interpreta un portiere in un palazzo alveare-popolare di Roma. Il nuovo amministratore gli fa capire esplicitamente che si potrebbe fare una cresta sul carbone per il riscaldamento. Il nostro non accetta e un futuro custode viene mandato in visita alla portineria dal disonesto amministratore. Totò raccoglie le ultime parole di un inquilino che, in punto di morte, gli rivela di aver sottratto alla Banca d’Italia un cliché per stampare le banconote da 10.000 lire e della carta filigranata.

Totò coinvolge il tipografo Peppino De Filippo e il pittore (venditore di vernici) Giacomo Furia. Stampano una banconota di prova e Totò la spaccia da un tabaccaio, che l’accetta. Iniziano a stampare banconote a valanga e se le dividono, giurando però di non fare subito acquisti con esse.

Arriva, trasferito a Roma, il figlio di Totò, militare della Guardia di Finanza, che indaga su dei falsari che spacciano banconote false da 10.000 lire. Totò vedendo Peppino e Giacomo con scarpe e cappotto nuovo, s’impaurisce e si vuole costituire dal figlio finanziere. Scopre che i falsari sono già stati arrestati, che gli acquisti dei suoi soci sono stati fatti con i loro risparmi e che la banconota da lui spacciata al tabaccaio era invece vera.

Risate a valanga, Totò grandissimo sia nelle espressioni facciali che nella sua mimica, coadiuvato da De Filippo che per anni lo affiancherà con la sua comicità. Se Totò era la star, Peppino non era certo solo la spalla, molte delle loro gags venivano improvvisate a partire dal via dato da De Filippo.

Un film scritto meravigliosamente da Age e Scarpelli, battute da ascoltare, ma anche da gustare nella gestualità dei due attori. Peppino è Lo Turco, il cui cognome viene storpiato in Lo Struzzo, Lo Struscio eccetera, diventando un tormentone. E poi il cocomero americano, che sarebbe il montgomery; il casinò, che Totò scambia per il postribolo; la pietra emiliana, che invece è la pietra miliare.

Divertente e godibile. Film da collezione. Vedetelo e provate a sostituire i protagonisti con alcuni politici attuali che sbandierano la parola onestà. La vedo dura…

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