I SOLITI IGNOTI/ Una parodia diventata capolavoro del cinema italiano

Sessant’anni fa usciva il film di Mario Monicelli. Nato come parodia di un noir francese, è diventato un capolavoro del cinema italiano. MASSIMO BORDONI

26.07.2018 - Massimo Bordoni
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Una scena del film

Usciva sessant’anni fa in anteprima al Festival di Bordighera, manifestazione allora tra le principali del panorama nazionale, I Soliti Ignoti di Mario Monicelli. Affermatosi negli anni come uno dei capisaldi dell’evoluzione storica del nostro cinema, questo fortunato film nasce invece come spensierata parodia di un genere molto in voga in quegli anni: il noir, in specie quello francese. Lo stesso Monicelli ricordava infatti che l’idea iniziale fu quella di parodiare Rififi (1955), crime-movie francese del regista americano Jules Dassin, che ebbe molto successo anche in Italia. E tanto per non sbagliarsi lo script recava il titolo provvisorio di Rifufu. Ma, a conti fatti, I Soliti Ignoti è molto più di una riuscita parodia; è invero uno dei pilastri della nascente commedia italiana. 

Un film che, in concomitanza con altri appena precedenti (Pane, Amore e Fantasia di Luigi Comencini, 1953; Poveri ma Belli di Dino Risi, 1956), mette a punto definitivamente le coordinate poetiche ed estetiche del genere filmico cui appartiene, comunemente denominato – dalla storiografia come dai media generalisti – commedia “all’italiana” dopo che il divertentissimo Divorzio all’Italiana (Pietro Germi, 1961) vinse un inatteso Oscar per la miglior sceneggiatura originale nella kermesse hollywoodiana del 1963. 

Nell’immediato dopoguerra l’Italia conosce la breve ma ispirata stagione del neorealismo, con il quale i nostri autori insegnano al mondo un modo nuovo, immediato e autentico, di filmare e raccontare. La sua influenza, soprattutto stilistica, innesca due dei tre filoni di cui il cinema italiano si nutrirà per i successivi tre decenni: il cinema degli autori e quello della commedia, lasciando ad altre influenze il terzo filone, quello dei generi più caratterizzati (l’horror gotico, lo spaghetti-western, il poliziesco anni Settanta). Ma la rinnovata commedia del dopo neorealismo si fonda anche su un altro presupposto: la rilettura delle tradizionali maschere della commedia dell’arte. 

Nella nuova commedia, al cinema, esse diventano i caratteri delle varie tipologie di italiani che popolano il Paese ai tempi del boom economico. Soprattutto per questa via, le nostrane pellicole di quegli anni hanno oggi un elevato valore storico-sociale, molto al di là delle intenzioni specifiche dei loro autori di allora, per quanto notevoli. Ricordiamo infatti che accanto ai principali registi si concentrò un’irripetibile generazione di soggettisti e sceneggiatori – veri intellettuali, letterati onnivori prestati all’arte “minore” dei saltimbanchi del cinematografo – tra i quali troviamo numerosi nomi illustri: citiamo qui solo la coppia Age & Scarpelli, in quanto autori (con Monicelli e Suso Cecchi D’Amico) del film di cui parliamo come di moltissimi altri, lungo quasi un quarantennio di stimata attività. Soprattutto a loro, gli scrittori, si deve la forza, dirompente e strutturata, della commedia all’italiana. 

Di tutto ciò si trova mirabile testimonianza nel miglior film di Mario Monicelli, I Soliti Ignoti. Con esso la commedia all’italiana, quella che tratta argomenti drammatici – se non tragici – con gli stilemi del comico, dell’ironico e del grottesco, è definitivamente codificata e assurta a sistema: il film è un capolavoro di comicità goliardica, a tratti picaresca, con un buon ritmo e una galleria di personaggi tratteggiati alla perfezione, con numerose scene cult condite da battute folgoranti, entrate a far parte della memoria collettiva del Paese. La notevole riuscita del film nasce, oltre che dalla perfezione assoluta della sceneggiatura, anche da una scelta azzeccata degli interpreti. Per Vittorio Gassman fu la prima parte comica della carriera, con la quale aprì un secondo prolifico filone alle sue notevoli “corde” attoriali. Le giovanissime Carla Gravina e Claudia Cardinale erano alla loro prima parte importante, per entrambe fu il lancio definitivo nel grande cinema. Esordio assoluto fu invece per il non professionista Tiberio Murgia, cameriere in un ristorante romano scoperto da Monicelli poco prima della lavorazione: molto fortunato, poiché il sardo Murgia, sempre impiegato in parti da siciliano, diventerà uno dei principali caratteristi del nostro cinema anni Sessanta.

Il film – manco a dirlo – conobbe un grande meritato successo di pubblico e di critica, aggiudicandosi diversi premi: la Vela d’Oro al Festival di Locarno e due Nastri d’Argento (Gassman e la sceneggiatura) i principali. Varcò con successo anche l’oceano: programmato nelle sale americane col titolo Big Deal on Madonna Street si guadagnò la nomination per l’Oscar al film in lingua straniera (poi vinto da Mon Oncle di Jacques Tati).

Godibile e ben riuscito il primo seguito, Audace Colpo dei Soliti Ignoti del 1959, con gli stessi interpreti (salvo Totò e Mastroianni, rimpiazzato, lui e il suo personaggio, da Nino Manfredi) e con la regia di Nanni Loy, scritto dal regista con gli stessi sceneggiatori del primo film, la coppia regina Age & Scarpelli. Per alcune battute e scene epocali l’Audace Colpo risulta addirittura più celebre del prototipo. 

Inutile invece il secondo seguito I Soliti Ignoti Vent’anni Dopo (di Amanzio Todini, 1985): a metà anni Ottanta le cose nel cinema come nella società italiana sono troppo cambiate anche soltanto per pensare che quelle maschere, quelle caratterizzazioni tratte dalla tradizione della commedia dell’arte possano ancora funzionare. Il risultato ha infatti il sentore di una penosissima forzatura, aggravato dall’inevitabile invecchiamento degli attori. Come l’ostinarsi a rincorrere un qualcosa che ormai non può più essere, che è tramontato per sempre (per inciso: questo è il difetto di gran parte del nostro cinema dagli Ottanta in poi). 

Per nostra fortuna il cinema è di per sé un media che conserva la memoria storica delle cose come esse devono essere. Possiamo allora tralasciare i seguiti velleitari e goderci l’originale: I Soliti Ignoti di Mario Monicelli (1958), con Vittorio Gassman, Renato Salvatori, Marcello Mastroianni, Tiberio Murgia, Claudia Cardinale, Carla Gravina, Totò, Carlo Pisacane e Memmo Carotenuto: un capolavoro assoluto della storia del Cinema italiano. 

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