NON CI RESTA CHE IL CRIMINE/ Gli inciampi della commedia che guarda a Troisi e Benigni

Il film di Massimiliano Bruno si rifà, non solo nel titolo, alla commedia del 1984 di Massimo Troisi e Roberto Benigni, ma senza analoghi risultati

14.01.2019 - Emanuele Rauco
Non ci resta che il crimine
Una scena del film

Il titolo lo dice chiaro e tondo: Massimiliano Bruno guarda a Massimo Troisi e Roberto Benigni, a Non ci resta che piangere, per la sua nuova commedia Non ci resta che il crimine. Un obiettivo che può sembrare improbo e che fa parte dell’idea di cinema (e teatro: Bruno è anche commediografo di un certo successo) dell’autore che si muove da sempre dentro e fuori dagli schemi della neo-commedia all’italiana, di cui è alfiere. Un obiettivo che a conti fatti resta irraggiungibile.

Del film del 1984, Bruno riprende l’idea del salto nel tempo: tre amici ognuno con le sue disgrazie per sbarcare il lunario decidono di organizzare tour nella Roma della Banda della Magliana. All’improvviso entrano in un tunnel spazio-temporale e finiscono a Roma, nel 1982, in pieno impero di Renatino De Pedis e compagni. Qui i tre uomini cercheranno di approfittare delle loro conoscenze future e dei mondiali di calcio in Spagna, ma finiranno invischiati nei traffici della gang.

Sulla base della sceneggiatura di Nicola Guaglianone, Menotti e Andrea Bassi, Bruno realizza nelle sue parole un mix tra Romanzo criminale e Ritorno al futuro (ma appunto, siamo più dalle parti della comicità ruspante) per mettere in scena una sorta di parodia dell’immaginario gangsteristico nostrano che dal poliziottesco anni ‘70 – echeggiato dalle musiche di Maurizio Filardo – arriva fino al romanzo di De Cataldo e ai prodotti cinematografici e tv che derivarono.

Il potenziale comico e narrativo è forte, perché il mix di calcio e romanità degli interpreti (Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi più Edoardo Leo nei panni del boss e Ilenia Pastorelli in quelli della pupa) funziona spesso e perché Menotti e Guaglianone, tanto in Lo chiamavano Jeeg Robot quanto nei primi corti di Gabriele Mainetti, amano quel periodo e il cinema di quell’era e da sempre lo omaggiano.

Peccato che Non ci resta che il crimine si impantani di continuo proprio in quelli che dovrebbero essere i punti di forza del film: il ritmo è spento e si accende assieme al film solo dopo un’ora (finendo poi sul più bello), gli attori viaggiano sempre in modalità macchietta, la logica dei personaggi latita e, tranne qualche equivoco di corna o anacronismi, le gag non esistono. Solo una scena si fa ricordare: la rapina mascherati da Kiss e Rockets. Resta interessante il confronto con il film di Troisi e Benigni, un vero cult-movie della comicità moderna: se in quello il viaggio verso il passato resta oscuro e su tutto il film, finale compreso, aleggia il mistero, qui regna un didascalismo pedante.

Ma basterebbe confrontare la gag musicale che fa da tormentone: nel 1984, Troisi stupiva Amanda Sandrelli con “Yesterday” dei Beatles, oggi ci si accontenta di “Sole cuore amore” di Valeria Rossi. Per non parlare del risvolto “ideologico” che reitera l’ideologia machista e la fascinazione romantica per i criminali, come fossero sotterranei portatori di libertà. Un’occasione perduta, in tutti i sensi.

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